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L'unione sarda. «Bruxelles non può dimenticare i nostri svantaggi economici»

Antonio Sassu, docente universitario, autore di un volume sul tema

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Antonio Sassu, economista già preside della facoltà di Scienze politiche di Cagliari, in un volume sulla zona franca in Sardegna (1991), con i professori Moro, Sabattini e Usai, affronta un tema che a distanza di anni resta di forte attualità.
«Sì e da allora sono cambiate molte cose che dovrebbero far riflettere. Oggi è stata quasi eliminata la barriera doganale e molti paesi, per esempio quelli africani, non pagano più per entrare nell'Europa».
Quindi parlare di zona franca doganale non ha più il senso che aveva prima?
«Oggi la convenienza a entrare nei punti o nelle zone franche è fortemente diminuita. Non si paga, indipendentemente dal fatto che l'area di interesse sia zona franca o no».
Ma lei che zona franca immagina per la Sardegna?
«Ritengo sia più fattibile una zona composta dai punti franchi così come definita già per decreto, con un'estensione dei punti franchi nei porti. Il riferimento ai tributi deve invece essere il risultato di una contrattazione con lo Stato italiano».
In che termini sarà utile alla Sardegna?
«È uno degli strumenti di politica economica che il legislatore può utilizzare e che può servire allo sviluppo economico della regione, ma questo non basta. Sarà necessario introdurre agevolazioni con strumenti soprattutto di natura finanziaria».
Per esempio?
«Il credito di imposta per tutte le imprese che arrivano. Celerità burocratica o imposte di registro o prezzo dell'energia elettrica a un certo costo. Poi altri incentivi che devono essere contrattati con lo Stato come le agevolazioni valutarie, Iva minore e Irpeg ad aliquote ridotte. Le imprese devono venire perché hanno vantaggi e questi vantaggi, tenuto conto che la barriera doganale è molto meno rigida, devono essere soprattutto di natura finanziaria e valutaria».
Strada in salita o in discesa?
«Credo ci siano difficoltà, il tema deve essere trattato con l'Ue e con lo Stato. La Valle d'Aosta, che è zona franca di questo tipo, ha solo 120 mila abitanti: noi ne abbiamo un milione e 600 mila. Lo Stato non può rinunciare alle entrate tributarie».
Quindi, in conclusione, non crede a una zona franca integrale?
«Credo che quando parliamo di zone franche ci dobbiamo riferire a punti franchi piuttosto che a una zona franca completa come la intende il governatore Cappellacci».
E l'Unione europea in questo senso sarebbe d'accordo?
«Non ci sono problemi se lo Stato italiano individua dei punti in quel senso ma nicchia da anni, ci ha sempre fatto pagare Iva e Irpef come tutte le altre regioni. Di certo esistono delle motivazioni - insularità e svantaggio economico e sociale rispetto ad altre regioni - che Bruxelles non può dimenticare».
Emanuela Zoncu

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