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L'unione sarda. San Paolo, rione sotto assedio

Al vaglio degli inquirenti la pista dei dissapori legati alla coop Su Nuraghe I carabinieri in casa delle famiglie sfrattate: eseguiti quattro esami stub

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Davanti alla villetta di via Laporta, una folla di amici e conoscenti. È un viavai incessante; gente che arriva per salutare la vedova e i due figli, Fabrizio e Riccardo, rientrati uno dalla Toscana, l'altro da Cagliari. Il rivolo di sangue che segnava il punto in cui è caduto Mario Testoni, sul marciapiede davanti alla soglia, è stato pulito via. Ma ieri mattina, la luce intensa del primo sole di primavera faceva rilucere il ferro del cancello scheggiato dal piombo. E mentre continuava la processione per le condoglianze - sopra il costone che si erge davanti alla casa, dall'altra parte della strada, i carabinieri perlustravano la campagna alla ricerca di tracce del killer.
IL CORDOGLIO Il giorno dopo l'omicidio di Mario Testoni, 62 anni, ex direttore dei servizi cimiteriali, Nuoro è una città sconvolta. Decine di persone sono state ascoltate dagli inquirenti che cercano di risalire a un possibile movente del delitto. Amici, parenti, e la vedova Pina Meloni che a caldo, mentre il marito era a terra e l'équipe del 118 tentava di rianimarlo, sussurrava sconvolta: «L'ho visto fuggire, quel maledetto». Sono stati sentiti ex colleghi del Comune, compagni del sindacato e di militanza nella Città in Comune.
GLI ESAMI STUB Ma è una la pista privilegiata dagli investigatori, quella sulla quale le indagini si sono concentrate fin dall'inizio, con tanto di controlli, perquisizioni, interrogatori. E quattro esami stub. È la storia dei conflitti dentro la cooperativa edilizia Su Nuraghe, cinquanta case nel rione Monte Gurtei, di cui Mario Testoni era diventato vicepresidente. Una battaglia in tribunale avviata un quarto di secolo fa; saga di ricorsi e carte bollate, 56 soci contro 4, che si è conclusa da qualche settimana con lo sfratto di questi ultimi confermato dalla Corte d'appello. Per essere chiari, l'8 maggio queste quattro famiglie - che custodiscono ordinatissimi faldoni di documenti e ricevute di versamenti “salvo conguaglio” ai libretti al portatore intestati alla cooperativa - dovranno lasciare la loro abitazione. Martedì scorso avevano presentato in Provincia - con lettera inviata al presidente e al segretario generale - la richiesta di conciliazione «e di transazione delle controversie pendenti con la cooperativa Su Nuraghe». Un primo passo, la speranza di poter giungere a una mediazione. Mercoledì, cioè l'altro ieri, le due fucilate che hanno ucciso Mario Testoni.
L'INCUBO E L'ORRORE La casa di una delle famiglie sfrattate è presidiata da ritratti e statuine della Vergine Maria. È da quasi trent'anni che questa gente lotta in tribunale, ma la speranza di un'intercessione divina resiste. Sono marito e moglie. Nessun nome, per favore. Nessun nome, perché non si vuol essere neanche accostati a tanto orrore. «Pur di farlo tornare indietro, affronteremmo altri trent'anni di battaglia in tribunale. Siamo immensamente dispiaciuti e addolorati per quanto è accaduto». E un pensiero va in particolare a Riccardo, il secondogenito di Mario Testoni. «Un ragazzo dal carattere stupendo. Quando erano bambini, giocava con nostro figlio...».
GLI INTERROGATORI Mercoledì sera, mentre in via Laporta arrivava il magistrato (l'inchiesta è coordinata dal sostituto Andrea Schirra), i carabinieri hanno percorso qualche decina di metri e, in via Tharros e in via Tavolara, hanno fatto visita a tutte le famiglie degli sfrattati. Tutti sono stati interrogati e messi a confronto. Lei dov'era e con chi. Sono stati fatti anche quattro esami stub per verificare la presenza di polvere da sparo sulle mani e sui vestiti. «Per quanto mi riguarda, l'ho chiesto io. È bene che si faccia chiarezza», dice il padrone di casa.
LA LETTERA ANONIMA Tutte le case della cooperativa Su Nuraghe sono state costruite vicino alla chiesa parrocchiale di San Paolo, ma forse qui serve una benedizione in più. C'è tensione, in questo quartiere. E non è un rancore unidirezionale, da una parte tutti buoni, dall'altra tutti cattivi. Non era una lettera dai toni concilianti quella che è arrivata lo scorso ottobre alle quattro famiglie destinate allo sfratto. “Se con tutte le sentenze che vi sono state”, c'era scritto, “non si dovesse arrivare alla vostra cacciata, vi possiamo garantire che non avrete giorni felici né voi, né tutti i vostri familiari che non hanno colpe ma che pagheranno per merito vostro”.
Piera Serusi

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