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L'unione sarda. L'appello della Camusso al Governo «Riporti il lavoro al centro di tutto»

Il segretario della Cgil: si ridistribuisca il reddito per via fiscale

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L'unico break che si è concessa durante la lunga mattinata del convegno “Relazioni industriali e mercato del lavoro” è stata una sigaretta con vista sul porto di Cagliari. Susanna Camusso, leader della Cgil, ieri al Regina Margherita, ha ascoltato tutti gli interventi: del resto, che «il lavoro vada rimesso al centro di tutte le strategie economiche» è un mantra da ripetere e inculcare anche al governo che sarà, se ci sarà. «Ma non potrà essere un esecutivo purchessia», dice: «Abbiamo perso quattro anni perché l'ultimo governo politico sosteneva che la crisi fosse un'invenzione. Ora che rischiamo di precipitare, non possiamo permetterci di non affrontare le emergenze di una precarizzazione che riguarda tutti».
Segretario Camusso, quale dev'essere la strategia per la ripresa?
«Rimettere al centro il lavoro come valore e impostare una politica economica orientata alla crescita e allo sviluppo».
Ma senza guida, come si può proporre?
«È infatti necessario un governo di cambiamento. Nel Paese ci sono emergenze che hanno bisogno di risposte: per alcune può bastare un esercizio di responsabilità da parte del governo in carica; per altre c'è bisogno di un esecutivo nel pieno dei suoi poteri».
In che senso?
«Per una politica di cambiamento serve un esecutivo in grado di impostare azioni di sviluppo. Ma non sta scritto da nessuna parte che, ad esempio, sugli esodati e sulla questione degli ammortizzatori sociali non possa metterci mano il governo Monti che, per altro, questi problemi ha causato».
E che cosa dice sull'allentamento tardivo dei vincoli del Patto di stabilità?
«Potevano allentare le maglie molto prima in modo da pagare i crediti alle imprese e dare una mano alla ripresa dell'economia».
Sa che in Sardegna la Giunta sta riscrivendo il Patto senza lo Stato?
«Mi pare una forzatura che rischia di diventare solo una provocazione».
Perché?
«Se si vuole far valere l'autonomia occorre dimostrare anche responsabilità. Sulla questione industriale, sulla precarietà non sempre dalla Regione sono arrivate risposte adeguate. Anzi, mi risultano atteggiamenti ondivaghi».
Lei parla di rilancio e sviluppo: sono temi nazionali ma anche regionali?
«Certamente. Se fossimo un Paese che ha discusso di questi temi con tutta probabilità non avremmo un tasso di occupazione, in Regioni come la Sardegna, sotto il 50 per cento. Nel nostro Piano del Lavoro cerchiamo di far incrociare due elementi: le politiche industriali nazionali e la valorizzazione del territorio, intese come riprogettazione, riqualificazione e recupero urbano declinate a livello locale».
Qual è il futuro dell'industria?
«Occorre far prevalere l'idea di una presenza industriale equilibrata. Bisogna fare in modo che, per citare il Sulcis, Alcoa ed Eurallumina continuino a produrre. Ci sono stati dei ritardi: non è notizia di oggi che il prezzo dell'energia in Sardegna sia particolarmente esoso. E non è stato fatto nulla».
L'industria quindi può ancora avere un ruolo?
«Sì. A meno che non si voglia far passare la teoria, comune a tutto il Mezzogiorno, che si possa vivere soltanto di un turismo non organizzato. È il refrain che dà sostanza al disimpegno dello Stato dai territori: meglio tenere al Nord l'industria e lasciare al Sud una parvenza dell'industria del turismo».
Il risultato di questo disimpegno?
«Le sempre più marcate disparità tra Nord e Sud».
Come si può ripartire?
«Dal lavoro e dalle politiche economiche e fiscali. Penso al primo strumento di giustizia: la ridistribuzione del reddito per via fiscale. Bisogna tassare i patrimoni, non lavoratori dipendenti e pensionati».
E poi?
«Con la ricerca, per bloccare la fuga dei cervelli. E rilanciando la scuola pubblica: chi sostiene di voler istituire il numero chiuso nei licei sbaglia. Una selezione basata sul censo è il contrario di una scuola efficace: l'istruzione è un diritto, prima che un dovere. Fosse per noi, la strada giusta è quella di elevare la durata dell'obbligo».
Lorenzo Piras

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