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L'unione sarda. «In carcere ci son solo i disperati»

Comunità di recupero e volontariato: «Leggi da rivedere»

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«Lo sappiamo tutti: in carcere ci finiscono sempre i disperati. Negli ultimi tempi a San Sebastiano ho incontrato vari lavoratori, persino qualche impresario, persone schiacciate dai debiti e dalla crisi che hanno tentato la via dei corrieri della droga». Quando parla di detenuti, il sacerdote salesiano Gaetano Galia, direttore della Caritas sassarese, si volta spesso a cercare lo sguardo di don Ettore Cannavera, fondatore della comunità “La Collina” e di padre Salvatore Morittu, responsabile di Mondo X. In questi anni da cappellano del carcere di San Sebastiano, 140 detenuti per 90 posti di capienza massima, don Galia si è imbattuto quasi esclusivamente in tossicodipendenti, immigrati e persone con problemi psichiatrici di vario genere. «Mai in colletti bianchi» rimarca, «perché le carceri sono spesso per gli ultimi».
I PRETI DI STRADA Parlano la stessa lingua, quella dei preti di strada, i sacerdoti che ieri mattina, a Serdiana, hanno presentato la raccolta di firme per presentare tre leggi di iniziativa popolare per l'introduzione del reato di tortura, l'abolizione della legge ex-Cirielli sulle recidive e quella sulle droghe (la Bossi-Fini) che considera reato anche il consumo degli stupefacenti. «In carcere entri da poveraccio ed esci da criminale» ammonisce in dialetto toscano don Armando Zappolini, successore di don Luigi Ciotti al timone del Cnca (il Centro nazionale delle comunità d'accoglienza che raggruppa 256 associazioni che operano nel mondo delle carceri e della droga). «Lo Stato si è mostrato duro coi deboli» prosegue, «la tossicodipendenza è una malattia che spinge alle recidive. La norma sulle recidive getta in carcere anche chi poi si è riabilitato».
Ancora una volta l'esempio viene da Sassari: un detenuto ha tentato tre volte il suicidio perché è stato chiamato a scontare una condanna dopo otto anni, quando ormai lavorava e si era ricreato una vita.
I PROBLEMI «Bisogna riconoscere la dignità anche per chi sbaglia» chiede don Cannavera, «in carcere il 70 per cento dei detenuti diventa recidivo. Nelle comunità appena il 10 per cento. Esistono sistemi sanzionatori differenti dalla detenzione che non colpiscano i più deboli». Ma il rischio è che le comunità vengano sempre più confinate ad un ruolo «alberghiero» come ammette padre Morittu, «schiacciate da tecnicismi e da controlli esasperati».
Francesco Pinna

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