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L'unione sarda. Dina Dore, i depistaggi del vedovo E l'omertà copre il terzo uomo

Il dna scagiona il giovane interrogato sabato 23 marzo a Cagliari

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No, Gavoi non ha vinto l'omertà. L'ha appena incrinata. E, dopo gli arresti choc del 28 febbraio, le indagini continuano nel consueto contesto di favoreggiamento degli assassini di Dina Dore, assassinata a 37 anni nel garage della sua abitazione, la sera del 26 marzo 200,8 davanti alla figlia Elisabetta di otto mesi.
Nelle motivazioni all'ordinanza (depositate sabato scorso in cancelleria) con cui ha confermato il carcere per Francesco Rocca, il Tribunale del riesame di Cagliari traccia un quadro poco edificante del paese e un ritratto terribile del vedovo finito in cella con l'accusa di aver ordinato l'uccisione della moglie a un ragazzino di 17 anni, Pierpaolo Contu, arrestato lo stesso giorno per omicidio aggravato dai futili motivi e dalla crudeltà. «Il vedovo ha dimostrato di possedere fredda capacità criminale», scrivono i giudici, «di essere privo di scrupoli e di senso di umanità, di non avere il controllo delle proprie emozioni, di non essere all'altezza di risolvere con mezzi civili i conflitti interpersonali». Non solo: «Con l'organizzazione della messa in scena del sequestro di persona, che ha creato un'apparenza rimasta insuperata per anni, ha già provato la sua abilità nel depistare le indagini. Dunque, è concreta la possibilità che, se lasciato libero, possa ancora alterare il quadro probatorio a suo carico, magari approfittando del contesto di omertà favoreggiatrice, oggi appena incrinato, nel quale si sono svolte, e si stanno ancora svolgendo, le indagini».
Il Tribunale si riferisce all'omertà che copre il sicario entrato in azione insieme a Contu nel garage di via Sant'Antioco, lasciando traccia del suo dna sullo scotch usato per soffocare a morte Dina Dore. Qualcuno di sicuro sa. Così, almeno, ha scritto l'anonimo nel biglietto che ha fatto trovare alla sorella della vittima, Graziella Dore, il 23 ottobre 2012, quattro anni e mezzo dopo il delitto: sarebbero tre i giovani del paese - indicati con nome e cognome - a conoscenza di tutto «pur non avendo partecipato a niente». Due hanno negato, il terzo ha deciso di vuotare il sacco svelando la confidenza che Contu gli aveva fatto dieci giorni dopo il delitto ( sono stato io, ci ho preso gusto, lo rifarei) ma senza confermare il ruolo che gli ha ritagliato l'anonimo: il giorno del delitto, inconsapevole di ciò che sarebbe accaduto, avrebbe accompagnato Contu al bivio di Ollollai; lì Rocca avrebbe prelevato il diciassettenne e, dopo averlo fatto nascondere nel cofano della sua macchina, lo avrebbe fatto entrare nella sua casa senza che nessuno se ne accorgesse. «Non è vero»: sul punto il teste-chiave è stato categorico.
Le squadre mobili di Nuoro e Cagliari (al comando di Fabrizio Mustaro e Leo Testa), col coordinamento della Procura distrettuale di Cagliari, stanno continuando a stringere il cerchio attorno agli amici di Pierpaolo Contu. E proprio uno di questi, che da diverso tempo vive e lavora nel sud Italia, il 23 marzo è stato sentito a Cagliari per oltre quattro ore. Ma l'esame del dna ha già dato il suo verdetto: il complice è un altro. E allora le indagini continuano, nell'omertà di sempre.
Intanto filtra un particolare inedito. Il teste-chiave ha riferito una circostanza che aggrava gli indizi contro Contu: «La settimana dopo la mia deposizione del 22 novembre 2012 (nel commissariato di Gavoi il giovane aveva detto di non sapere nulla mentre lo stesso Contu, Rocca e altri venivano interrogati dalla Polizia negli stessi uffici) sono andato al bar e ho bevuto un caffè. È entrato Contu e mi ha detto di uscire a fumare una sigaretta, mi ha fissato un appuntamento per le dieci e mezza di notte sotto le Poste. Sono andato lì e mi ha parlato: mi ha detto di stare tranquillo che non c'erano problemi, che anche se andavo io a deporre lui non avrebbe rischiato danni o non sarebbe andato in carcere, e che Rocca non era al corrente che io sapevo. Confermo che il giorno del delitto Contu mi aveva telefonato per informarmi del sequestro della Dore alle 19,50 circa, quando nessuno ancora sapeva dell'accaduto: la circostanza non deve stupire, Contu era a conoscenza del delitto perché ne era stato l'autore».
Dunque, molto prima che Rocca tornasse a casa, trovasse la bambina sul seggiolone in garage, vedesse il sangue per terra e chiedesse a due vicine di casa di dare l'allarme, Contu aveva già informato l'amico. Il problema è che i tabulati contraddicono il racconto del teste-chiave: alle 18,50 non ci sono contatti tra il suo cellulare e quello di Contu. Ma, anche davanti a questa contestazione, il ragazzo ha insistito.
L'altra circostanza è una conversazione intercettata il 24 marzo 2009, un anno dopo il delitto. Rocca stava parlando con l'amante, seriamente intenzionata a lasciarlo. Riferendosi alla piccola Elisabetta aveva detto: se non la vuoi prendere buttala, non me ne sbatte un c., se non hai piacere neanche io ho piacere di tenerla, non è mia figlia, non è fatta da me, è fatta da lei . Parole agghiaccianti, sottolineate dai giudici del riesame per motivare le esigenze cautelari: «Lungi dal manifestare almeno dispiacere per la perdita della moglie, ha reiteratamente palesato la mancanza di qualsiasi forma di pentimento e ha, anzi, espresso, anche a distanza di tempo, piena adesione al delitto». I giudici addirittura valutano una confessione extragiudiziale due dialoghi del vedovo con l'amante. Il primo è del 3 marzo 2009: tu sei una persona che a me ha dato motivo di vita, tanto è vero che per te ho cancellato tutto il resto. Lei prima, in assoluto. Poi tutto il resto . L'altro è del 14 marzo 2009: un giorno lo saprai che cosa ho fatto per te .
I giudici rimarcano «l'odio fortissimo» che Rocca nutriva nei confronti di Dina Dore, «un odio che non si è placato neppure con la sua orribile morte: ho sposato una puttana, ma già ha fatto la fine che doveva fare , diceva il vedovo un anno dopo. «Mosso dall'astio, evoluto nel tempo in una forma d'odio cieca e incontenibile, e dalla passione amorosa per l'amante, Rocca si sarebbe determinato a commissionare al Contu, e ad altre persone, il delitto al fine di risolvere il suo rapporto coniugale in maniera definitiva e senza conseguenze negative sul godimento del suo patrimonio che, di sicuro, vi sarebbero state in caso di separazione legale, ancor di più se per sua colpa, e di poter proseguire finalmente senza complicazioni la relazione adulterina».
M. Francesca Chiappe

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