Maria. Sì, Maria Lai. “Zia Lola”, nel lessico familiare, è morta ieri nella casa di famiglia, a Cardedu. Una fascinosa “casa degli spiriti”, con lo scricchiolio del tavolato, il vento fra giganti strelitzie bianche. Avrebbe compiuto 94 anni a fine settembre: un “privilegio d'anagrafe” per una vita totalmente nell'Arte. È bello pensare che alla fine Maria si sia lasciata avviluppare completamente dalle sue geografie e dalle sue caprette, senza più volere rientrare nel mondo. Unica deroga, qualche sorriso, dolce e disarmante. Erano finite le parole, quel suo dire per sentenze apodittiche che, messe una dopo l'altra, ci consegnano una storia dell'arte parallela (mirabilmente raccolta da Giuseppina Cuccu nel libro-intervista “Le ragioni dell'arte”) piena di dubbio e incertezza, di conoscenza mai paga, ricerca senza posa, sete di sapere.
“Ansia d'infinito”. Maria, sì. Che adesso se n'è andata davvero, non come tentò di fare da piccola, scappando col circo che gli zii avevano ospitato nell'aia. Era rimasta affascinata da quel mondo, Lola, e quando se ne andarono, si nascose dentro uno dei carrozzoni. «Gli amici zingari la riportarono indietro dopo la mezzanotte. Gli zii, dopo ore di angoscia, accolsero Maria in silenzio e mai più si parlò di quella fuga», scrive Giuliana, la sorella, scomparsa meno di un anno fa, nel racconto epico della famiglia Lai-Pisu che ci lascia. Adesso, invece, è un sommesso dolore collettivo, della Sardegna, ma non solo, che piange la sua più grande artista, mentre ci si rende conto di cosa Maria Lai sia stata per quest'Isola. Cosa sia stata questa terra per lei, quale sortilegio le abbia rese unite e riconoscibili l'una all'altra, le abbia legate l'una all'altra, come Maria ha fatto nel 1981 con l'happening “Legarsi alla montagna”: tutti gli abitanti di Ulassai che dai balconi delle loro case hanno accolto 26 chilometri di nastro di jeans, legato poi al tacco granitico che sovrasta il paese. Maria aveva 69 anni, allora, ed era come avere in Ogliastra una Carol Rama, una Louise Bourgeois, una Annette Messager: l'avanguardia a Ulassai. Era una donna delle caverne che tracciava animali sulle rocce, era Rosalba Carriera che componeva splendidi ritratti tre secoli dopo, a matita, china, acquerello e ceramica. Era Camille Claudel che plasmava e scolpiva cercando di affermare, lei a costo di follia, la linea femminile della scultura.
«Qui si fa sul serio», disse, a Maria, Arturo Martini all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dov'era giunta dopo Roma, nel '43. Voleva scoraggiare quell'unica presenza femminile fra gli allievi. Eppure, quel secondo scomodo maestro, dopo il severo Salvatore Cambosu, che le aveva fatto comprendere l'importanza del senso poetico della vita, le ha dato la chiave per la sua scultura: «Costruire vuoti. Non la solita forma chiusa, ma un respiro. Le figure non più protagoniste ma elementi del vuoto che indicavano». E poi: «L'arte deve conquistare la semplicità di un pane», diceva Martini. E Maria ha provato a inseguirla. Ha creato un mondo di pietre e pani di terracotta, di telai di legno e fili. Ha cucito costellazioni su velluti e stoffe, le “Geografie”, e ha scritto con ago e filo pagine, libri, spartiti, con scrittura finta e vera. Ha fatto land art, installazioni, ritratti di ceramica e ceramica di vuoti, volumi scavati. Ha presentato le sue opere in molti musei e gallerie del mondo. «La musica e la poesia sono un dialogo col silenzio, pittura, scultura, architettura sono un dialogo col vuoto». Tutto le ardeva dentro con passione da mistica. «Ma tu hai idea di quante opere hai fatto?». «Io non so niente di quello che faccio». Una mistica, appunto. Per capire l'arte, diceva, «non importa se non capisci, segui il ritmo».
Raffaella Venturi
