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L'unione sarda. Maria Lai. «Ci ha consegnato meraviglie»

La malinconia e il rimpianto della cultura sarda. «Grande punto di riferimento»

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La prima reazione è un silenzio sospeso. La notizia della morte di Maria Lai suscita molta malinconia e rimpianto. «L'ho conosciuta nel 1957, in occasione di una mostra cui partecipava anche Mirella Mibelli», dice Rosanna Rossi: «È stato un momento entusiasmante; mi ha dato coraggio, mi ha spinta a credere in me stessa. L'ultima volta, quando già stava male, mi teneva per mano, non voleva lasciarmi». Per Maria Lai l'arte era stupore, trasalimento, gioco. Qualcosa che nasce dalla tragedia e dall'insicurezza del mondo, la coscienza recuperata in una dimensione poetica. «Era un pilastro», dichiara Wanda Nazzari: «Una persona forte, determinata. Ingenua, quasi infantile nelle sue felici intuizioni. Ci ha consegnato delle meraviglie, come “Legarsi alla Montagna”, i “Libri cuciti”, le Fiabe. La sua opera rimarrà nella storia».
Angelo Liberati: «È stata colei che meglio ha rappresentato lo specifico della cultura sarda utilizzando i linguaggi visivi contemporanei. Forse insieme a Costantino Nivola. Rispetto a Nivola, ha inciso in maniera più profonda nell'ambito delle creatività artistiche al femminile in campo regionale. Ma entrambi sono stati due grandi anche a livello nazionale». Italo Medda apprezza la sua capacità di innalzare gli elementi popolari ad elementi estetici consapevoli ed universali. Pastorello si rammarica di non averci parlato abbastanza, nell'unica occasione in cui si sono incontrati.
Le nuove generazioni d'artisti hanno forse meno dimestichezza con l'autrice che ha eletto a soggetto della sua lunga stagione industriosa il pane e le stelle, gli aghi e i telai, i sassi, le barche di carta. Non tutti sanno della leggenda di Maria Pietra e della capretta dal campanellino d'argento o dei nastri azzurri che bloccano le frane. Eppure è accorato il commento di Alessandro Biggio: «Maria Lai è un punto di riferimento. Per me uno dei più importanti. Di quelli che ti mettono in crisi, ma cui non si può fare a meno di tornare continuamente, specie quando ci si chiede se possa esserci ancora un senso e un valore nell'essere un artista sardo. Non ho mai avuto il coraggio di andare a trovarla, l'ho sempre vista come una montagna troppo alta. Sapevo che un giorno me ne sarei pentito. Oggi».
Magari Lola, come la chiamano i nipoti e come la chiamava la sorella Giuliana, l'avrebbe ricevuto volentieri, il giovane collega. Gli avrebbe forse detto, confondendolo, che l'artista non ha il compito di essere saggio, non ha una vita esemplare, non aiuta nessuno. Di se stessa, che da ragazzina aveva imparato a fare acrobazie da una famiglia di giocolieri e a modellare le forme con la mollica, raccontava di aver conquistato con l'esercizio la durezza necessaria a dare stabilità al suo essere femminile.
Alessandra Menesini

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