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L'unione sarda. Maria Lai. La straordinaria avventura di Lola, riuscì a restare bambina per sempre

A chi le chiedeva del lavoro rispondeva: «Non ho nulla da spiegare, io gioco»

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C'è riuscita. Lola è riuscita ad arrivare alla fine del suo percorso restando bambina. “Una bambina antica”, per Pietro Clemente. Questa definizione le piaceva. E le piacque la domanda che quegli scienziati russi giunti in Ogliastra per indagare sul segreto della longevità della zona le fecero, nella sua casa-laboratorio di Cardedu, quattro anni fa, mentre si congedavano. «Io mi sentivo come in fondo a un pozzo, con questi uomini alti tutti in piedi. Ma risposi sicura: basta non crescere». Maria Lai si raccontava ai microfoni di Radio Sardegna, con quella voce infantile che spesso ha creato equivoci sulla sua presunta arrendevolezza. Rideva dell'umanità intera che non capiva una cosa così banale. «Solo restando bambini si vive bene. Far crescere un bambino è aiutarlo a conquistare la sua libertà». E aggiunse che questo aveva fatto con lei il padre Peppino, veterinario, dandole una grande prova d'amore. «Sapeva che non ero una molto normale, mi impedì anche di prendere la patente di guida, ma quando gli dissi che volevo partire, mi lasciò andare, e mi aiutò». «La mia capretta, mi chiamava». Perché non stava mai ferma, perché saltava i recinti ed era attratta dai precipizi. Quell'ansia di infinito che la svegliava nel cuore della notte, nel lettino di Cardedu, anche negli ultimi tempi della sua vita piena, e la spingeva a mettersi al lavoro. Quella con la quale ha cucito geografie celesti e trasformato greggi in costellazioni. Aspirazione al cielo, e inquietudine profonda. Maria, che cosa è l'arte? «E che ne so. Perché non chiedi a un bambino perché gioca? Io non ho nulla da spiegare, io gioco». Raccontava, quel giorno, che le avevano appena fatto avere alcuni passi di Schiller nei quali si riconosceva pienamente. «Dice che l'uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola, ed è un uomo completo solo quando gioca. Io sono stata fortunata. A casa mia mi hanno permesso di giocare. Da bambina disegnavo sui muri col carbone, i miei zii ogni tanto mandavano qualcuno con la calce per cancellarli, ma mi lasciavano fare». Ma sia chiaro, il gioco è rigore. Ha il suo linguaggio e le sue regole. Lo aveva detto con passione, nella sua lectio magistralis, nove anni fa, a Cagliari, in Rettorato, davanti a tanti amici. Il tocco sul caschetto sale e pepe, la toga accorciata all'ultimo momento con una pinzatrice. «Vorrei che ogni scuola avesse una piccola stanza per accogliere un'opera d'arte, tenerla per almeno quindici giorni, mostrarla ai bambini, ai ragazzi, e consentire di apprenderne il linguaggio». Naturalmente sotto la guida di esperti. Nel sogno di Maria, “che sapeva vedere ciò che non si vede in ciò che c'è”, ha scritto di lei Bruno Tognolini, la stanzetta avrebbe dovuto precedere i musei. «L'arte ha il compito di aprire le coscienze», aveva ammonito. «I politici hanno paura dell'arte, ma la Sardegna ha bisogno di questo, altrimenti diventa arida. Sarà il mio capolavoro, se ci riuscirò».
Maria Paola Masala

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