Una vita ritirata, solitaria, lontana da tutto e tutti. Quasi monastica, se si vuol dar retta a quanti ieri in paese commentavano, a cadavere ancora caldo, la recente esistenza di Albino Farris. Un allevatore che ha trascorso gli ultimi dieci anni in isolamento, con gli unici rapporti sociali dovuti solo agli appuntamenti conviviali con i pochi amici nella sua casa di campagna. Ma è certamente burrascoso il passato di quest'uomo ammazzato con brutale crudezza all'alba di un giorno qualunque. Al termine degli anni Novanta era rimasto coinvolto nell'inchiesta sulla banda “Petrus”, dal nome del capo Pietro Deidda: un'associazione a delinquere con annesse truffe ed estorsioni formata da diciotto persone, tredici delle quali arrestate il 13 febbraio 1999 dagli uomini della Guardia di Finanza, che avevano anche sequestrato 150 milioni di lire in contanti, 1.400 banconote false da 100 mila lire, due fucili, sei targhe d'auto, due veicoli, un lampeggiante blu, una paletta segnaletica, una radio ricetrasmittente, una pistola e giacche a vento di polizia e carabinieri.
Le divise delle forze dell'ordine giocavano un ruolo fondamentale in un imbroglio che aveva coinvolto quindici tra imprenditori, casalinghe, pensionati e commercianti e fruttato oltre un miliardo di lire. Funzionava così: la banda contattava persone in difficoltà o facoltose e prometteva loro guadagni facili e immediati offrendo denaro sporco provento - dicevano - di rapine, furti e sequestri di persona. In cambio chiedeva metà di quella somma, che però doveva essere formata da soldi puliti. Le vittime, fornite di valigette piene di denaro (dai 15 ai 130 milioni), venivano attirate nelle campagne di Gergei e presentate a presunti latitanti e malviventi che a loro volta avevano pronte le banconote da scambiare. In realtà erano false. Poi, al momento del passaggio, accadeva puntualmente l'imprevisto: facevano irruzione i mezzi della polizia e dei carabinieri con lampeggianti in funzione e a sirene spiegate, così cominciava il fuggi fuggi generale. Chi doveva consegnare il denaro pulito o versare quello sporco prendeva il volo. Solo che sparivano anche i soldi. Definitivamente: le forze dell'ordine erano impersonate da altri membri del gruppo.
Il giorno dopo i truffatori contattavano le vittime, mostravano loro un finto verbale di sequestro e raccontavano dell'arresto (falso) di alcuni complici. Quindi promettevano la restituzione dei milioni, ovviamente mai avvenuta. Una fregatura. Il gioco era andato avanti dal 1996 al febbraio 1999, quando erano scattati gli arresti. C'era anche Albino Farris. Poco tempo dopo erano state sequestrate una pista da Go-kart e una pizzeria-discoteca con annessa piscina in un terreno di quasi 30 mila metri quadri a Gergei, beni immobili realizzati - secondo le accuse - con quel denaro.
Erano seguiti i processi e le condanne, che ora pendono in Cassazione. L'ultima sentenza è del novembre 2011: prescritta la truffa, la Corte d'appello ha inflitto al capo (Pietro Deidda di Gergei) 12 anni e 10 mesi e al suo compaesano Roberto Carta 11 anni e 8 mesi. Poi altre dieci condanne tra cui quella di Farris: quattro anni e mezzo di reclusione.
«Ma da allora Albino aveva abbandonato per sua volontà tutto quel giro di frequentazioni», ha spiegato ieri, appena saputo dell'omicidio, l'avvocato Pasqualino Moi, storico difensore dell'allevatore: «Dal 1998 non ha più avuto alcun problema con la giustizia. Una volta era stato denunciato perché aveva un coltello in campagna, mentre da un procedimento per ricettazione era stato assolto». Ipotesi sul movente «buio totale. Ho pensato a qualcosa, qualunque cosa. Ma non ho trovato alcunché». Gli inquirenti scavano nel mondo agropastorale: forse la soluzione è nascosta tra greggi e ovili.
Andrea Manunza
