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L'unione sarda. Nuove norme, call center in fuga

Allarme dei sindacati: si teme che le imprese lascino l'Isola e licenzino 10mila dipendenti

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Il mondo dei call center trema. La recente modifica dei vincoli imposti alle società che trasferiscono le attività fuori dall'Italia rischia di schiacciare un settore importante per l'Isola. Solo nel Cagliaritano si contano oltre diecimila impiegati nei “customer care” di aziende del settore televisivo e delle tlc (Sky, H3g), o degli otsourcing (Comdata, Stream). A questi si aggiungono una miriade di piccoli call center che gestiscono commesse commerciali, telefoniche o energetiche.
I LIMITI Per questa ragione, secondo i sindacati, potrebbe avere effetti devastanti, la circolare del governo che annulla i limiti alle delocalizzazioni stabiliti solo sei mesi fa con la legge 92 (riforma del lavoro). «Per arginare un fenomeno delle esternalizzazioni, agli operatori del settore era stata imposta, ad esempio, la comunicazione (a ministro del Lavoro e Autorità garante dei dati personali) dello spostamento delle attività fuori dai confini nazionali», spiega Antonello Marongiu, della Slc Cagliari. «E ancora, la legge imponeva l'obbligo di chiarire subito in quale Paese estero si trovasse l'operatore telefonico e una sanzione di 10 mila euro per ogni giornata di violazione della norma. Il governo», prosegue Marongiu, «aveva poi deciso di sospendere i benefici degli sgravi contributivi alle aziende pronte a delocalizzare le attività».
LA CIRCOLARE Un insieme di vincoli che il sindacato aveva accolto come un passo avanti. Ma adesso? «Tutto è cambiato», continua Marongiu. «Il 2 aprile scorso, l'esecutivo ha emanato una circolare (14/2013) che interpreta in maniera restrittiva la normativa: il riferimento ai Paesi esteri si trasforma in soli Stati extraeuropei. Le aziende che operano fuori dai confini italiani, pertanto, mantengono gli sgravi contributivi. Oltre a questo», aggiunge Marongiu, «la circolare dispensa le aziende dalle comunicazioni a ministero e Autorità garante nei casi di delocalizzazioni di attività che non causino problemi occupazionali».
LA PRIVACY Per Valeria Picciau, della segreteria regionale della Fistel Cisl, «la novità mette a rischio anche la privacy e la libertà dei consumatori: i dati sensibili dei clienti non hanno le stesse tutele in Romania o in Polonia». Sulla stessa linea Tonino Ortega, segretario della Uilcom. «Siamo preoccupati. Secondo la circolare, un call center che conclude una commessa - per sua natura limitata nel tempo - non sarà più disincentivato ad aprire fuori dall'Italia. Il problema è che se le commesse hanno una scadenza, i contratti dei lavoratori sono soprattutto a tempo indeterminato».
CO.CO.PRO La circolare ribadisce infine la necessità che i co.co.pro - solo quelli che in realtà lavorano come se fossero dipendenti - vadano regolarizzati secondo il contratto del settore. Su questo fronte sarà intensificata l'azione ispettiva del ministero. Ma Ortega avverte: «Questa attività va concertata con le parti sociali affinché sia efficace: il rischio è che, per timore dei controlli, molti call center chiudano per aprire da un'altra parte e con un altro nome».
Lanfranco Olivieri

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