di Anthony Muroni
Inquinamento delle falde, dei terreni, dell'aria e del mare. A 54 anni dall'avvio dell'esperienza industriale il nord Sardegna inizia a interrogarsi sul saldo dare/avere di un investimento che ha fatto bene soprattutto alle tasche di imprenditori e multinazionali d'oltremare che, foraggiati dalla mano pubblica, hanno sì distribuito migliaia di buste paga (ma il tempo delle vacche, grasse ma sempre più ammalate, è ormai un pallido ricordo) ma progressivamente consumato il territorio e negato ogni possibile orizzonte legato ad altri investimenti economici.
INQUINAMENTO Esagerazioni? Tra petrolchimico e centrale termoelettrica, epicentro l'area industriale di Porto Torres, ci sono centinaia di ettari inquinati da decenni che nessuno ha mai provveduto a bonificare. Se si prendono per buone le relazioni di alcune commissioni d'inchiesta parlamentari e regionali, oltre che le denunce delle associazioni ambientaliste e dei movimenti indipendentisti, a essere prudenti si può dare per acclarato che nell'area industriale di Porto Torres sono state scaricate «acque reflue industriali in violazione dei limiti fissati per legge, con conseguente inquinamento del suolo e immissione di sostanze cancerogene e altamente tossiche per l'ambiente e la fauna marini, generando un gravissimo pericolo per la pubblica incolumità, con l'incremento della mortalità per tumore polmonare, altre malattie respiratorie non tumorali, malformazioni genetiche». Se si parla solo del petrolchimico, avviato dalla Sir nel 1959 e poi via via trasformatosi fino al definitivo ridimensionamento, esistono rilievi - eseguiti negli anni - che fanno emergere la presenza di una lunga serie di contaminanti, tra cui sostanze organiche clorurate, mercurio, solventi, diossine e pesticidi.
LA SIR L'idea di sviluppare a Porto Torres uno stabilimento petrolchimico risale, come detto, al 1959, quando a Sassari venne costituita la Sir di Nino Rovelli. Da quel momento fu una continua pioggia di agevolazioni e contributi statali (per l'industrializzazione del Mezzogiorno) e regionali. Più contributi arrivavano e più crescevano le assunzioni. Più crescevano le assunzioni e più aumentavano le emissioni nell'aria e nell'ambiente. Solo che poi i posti di lavoro sono svaniti e l'inquinamento è rimasto. Nel 1963 partì l'impianto di fenolo-acetone e nel 1964 quelli di cumene e stirolo, nel 1965 lo steam-cracking per la produzione autonoma di etilene. Nel 1967 inizia la “globalizzazione”: viene avviata la raffineria SardOil che impiegherà sul territorio solo un terzo del grezzo lavorato, destinando il resto al mercato estero. Nel 1963 la Sir fatturava 28 miliardi di lire, nel 1971 era già salita a 171, di cui il 75% ricavato dal petrolchimico di Porto Torres. Lo Stato, attraverso il Cipe, arrivò a programmare finanziamenti che - tra il 1970 e il 1976 - arrivarono ad ammontare a oltre 1600 miliardi, mentre altri 1700 arrivarono dalle banche.
SOLDI SPRECATI Per fare cosa? In Sardegna la Sir programmava il raddoppio della produzione esistente, premendo l'acceleratore sui cicli di integrazione verticale. Esattamente il contrario di quel che facevano nel resto d'Europa. E, infatti, a metà degli anni '70 il comparto italiano andò in crisi. La crisi petrolifera nel 1977 portò al raddoppio del costo della materia prima, causò il crollo della domanda e un netto calo negli ordinativi. Ben presto il progetto del raddoppio del sito di Porto Torres naufragò e la Sir si ritrovò investita da un indebitamento quattro volte superiore al suo fatturato. Le buste paga iniziano a diminuire e cala anche il livello di attenzione, già basso, nei processi produttivi. Gli operai lavorano in condizioni di sicurezza praticamente inesistenti e il territorio assiste inerme a un inquinamento ambientale che inizia a manifestarsi.
LA CADUTA Nel 1981 Sir uscì di scena, cedendo il passo all'Eni, che avviò una decisa ristrutturazione: venne chiusa la SardOil, vennero fermati numerosi impianti e altri vennero addirittura demoliti. La chimica nel nord Sardegna, da allora, è andata incontro a una lenta ma inesorabile morte mentre si è sviluppato un polo energetico, composto dalla centrale termoelettrica di Fiumesanto (prima sotto il controllo dell'Enel, poi degli spagnoli di Endesa e ora dei tedeschi della E.On.). Nel frattempo l'Eni ha dismesso gli stabilimenti ex Sir, tenendo qualcosa per sé e cedendo altri rami d'azienda alla Versalis (già Polimeri Europa) e alla Syndial.
ABBANDONO E INQUINAMENTO A metà degli anni '90 le prime macabre scoperte legate all'inquinamento ambientale: nei terreni sottostanti i vecchi stabilimenti e persino in mare sono stati trovati rifiuti industriali pesantemente nocivi. È da allora che l'area di Porto Torres è inserita tra i Siti d'interesse nazionale destinati a un'intensa campagna di bonifica e recupero ambientale su un'area estesa 17 chilometri quadrati. Bonifiche mai finanziate e mai partite.
Attualmente l'area industriale di Porto Torres si estende su 2311 ettari di territorio, di cui 1280 destinati ad attività industriali. Di questi circa la metà (633, il 27% dell'area) è occupata da attività petrolchimiche e 408 sono riservati ad attività industriali di altra natura.
