Dal nostro inviato
Augusto Ditel
PORTO TORRES La fabbrica dei sogni, da queste parti, è durata un annetto, forse due. Erano i tempi della Grande Illusione, dell'Industria con la I maiuscola da installare lì, cioè qui, nella propaggine occidentale di una Sardegna già triste e depressa, con poco lavoro e nessuna speranza.
La Sir, già. Un acronimo di sole tre lettere, che ha succhiato soldi pubblici con la voracità di un'idrovora, per poi lasciare su un terreno di 1400 ettari un oceano inquinante di cui ancor oggi si pagano le conseguenze. Uno schiaffone alla Sardegna, isola tossica, sfruttata a vilipesa.
E così la fabbrica dei sogni (lavoro, lavoro, e ancora lavoro che non c'è più) si è trasformata ben presto in una fabbrica di veleni. Veleni mai rimossi, che ne tredicesimo anno del terzo millennio incombono su una popolazione che tarda a vedere qualche elemento di rilancio.
LA VERGOGNA A Fiumesanto, ieri, di bello c'era solo la giornata. Prove tecniche d'estate, e poca voglia di commentare l'inchiesta de L'Unione Sarda sulla vergogna delle bonifiche non più rinviabili, garantite solo a parole, e sull'ultima beffa certificata dalle 518 pagine della perizia disposta dal Tribunale di Sassari sulla darsena di Porto Torres. A distanza di 12 anni, si è appreso che in quelle acque è stata riscontrata la concentrazione di 17 sostanze chimiche, tra cui spicca il benzene e i suoi derivati, con una percentuale 90 mila volte superiore ai limiti indicati dalla legge.
I LAVORATORI «Come sindacati - osserva con la competenza che gli è propria Giovanni Tavera, segretario generale della Uiltec - il nostro livello di attenzione è stato molto elevato. Tutto comincia negli anni '50, quando le leggi sulla tutela ambientale non erano particolarmente severe. Certo, sulla Sir ricadono tante responsabilità, ma sarebbe sbagliato se individuassimo un solo colpevole. Dal 1982, a Porto Torres c'è l'Eni, poi si potrebbe recitare il rosario di altre sigle come Sasol, Ineos, Vinils (i cui dipendenti, detto per inciso, sono da quattro anni in cassa integrazione), che non hanno mai eliminato né alleviato il tasso di inquinamento».
Tavera è convinto di interpretare il pensiero degli altri colleghi sindacalisti, quando sostiene che «l'insediamento industriale non va demonizzato, né considerato un incubo. L'importante è che l'intervento sul territorio sia serio, controllabile e trasparente».
LA BUROCRAZIA La dichiarazione di guerra agli avvelenamenti mai debellati tira in ballo una burocrazia assurda, farraginosa, anacronistica. «Tutto sta nella gestione dei Sin, i Siti di Interesse Nazionale - spiega Luciano Mura, mente illuminata che conosce bene il problema anche perché nella sua vita gli è capitato di fare il sindao di Porto Torres -. Il ministero dell'Ambiente deve gestirne 57 a livello nazionale, e si può capire quanto elefantiaca possa essere la procedura per ognuno di essi. Per ogni sito da bonificare, la conferenza di servizio si tiene una volta all'anno, e in quella sede si snocciola l'elenco delle cose da fare. Poi, c'è la conferenza cosiddetta “decisoria”, e solo alla fine di questo processo si passa all'azione. È facilmente immaginabile che, prima di arrivare a un provvedimento, passa un tempo infinito. Una proposta? Beh, si potrebbe ricorrere a un commissario straordinario».
L'analisi di Mura è condivisa dal sindacato. «La catena dei controlli ambientali - aggiunge Tavera - sembra non avere fine. C'è l'Arpas, ma c'è anche la Asl, eppoi la Provincia. Insomma, si è strangolati dalla burocrazia».
BASTA ALIBI Un'altra parola d'ordine è «lo smantellamento di un alibi di comodo». Ne parla ancora Luciano Mura, riferendosi all'Eni che, più volte, ha dichiarato la propria disponibilità a fare le bonifiche, ma non le ha fatte. «Si è trattato di un'intenzione dichiarata - argomenta l'ex sindaco -, ma mai attuata. A questo punto è indispensabile stanare l'Eni, far sì che non nasconda la polvere sotto il tappeto e intervenga. Certo, se non si lavora sullo snellimento delle procedure come dicevo prima, tutto diventa complicato, ma questo, appunto, non deve rappresentare un alibi. Sarebbe davvero il caso - conclude Luciano Mura - che a livello locale la politica sia più esigente. Oggi mi sembra di notare un certo atteggiamento remissivo nei confronti dell'Eni che andrebbe corretto al più presto».
