Dal nostro inviato
Augusto Ditel
SASSARI È sempre una questione di chimica. A quella di base, più croce che delizia per il Nord Ovest della Sardegna, si contrappone quella verde, colore della speranza. Ma intanto la terra - e parliamo di centinaia di ettari che si affacciano sul golfo dell'Asinara - è ancora tutta un veleno.
Per Alessandra Giudici, grintosa presidente della Provincia di Sassari -, sul caso Porto Torres non esistono mezze misure. «Chi ha inquinato - dice, in premessa - deve pagare. E il mio non è uno slogan, ma la conseguenza di una nostra precisa posizione politica: noi ci siamo costituiti parte civile, e non tutti hanno seguito il nostro esempio. Che nessuno quindi si sogni di mettere in dubbio la nostra estrema attenzione ai beni ambientali. L'amministrazione provinciale ha competenze specifiche, per certi versi maggiori rispetto ai Comuni, proprio nel settore della tutela del territorio e dunque non rinuncia al suo ruolo per un bene dal quale non si può prescindere».
ENI Il ragionamento scivola sul colosso energetico controllato dal governo: l'Eni, su cui il sindaco di Porto Torres Beniamino Scarpa continua confidare «visto che spenderà un miliardo e trecento milioni». La Giudici la vede in modo più articolato.
«Senza industria - chiarisce - non si può andare avanti: il turismo da solo non basta a risollevare l'economia della Sardegna, a rinvigorire lo sviluppo del nostro territorio e di quello dell'intera isola. Detto questo, però, non si può tergiversare o crogiolarsi nell'ambiguità tra chimica di base e chimica verde. Quest'ultima non può sostituire la prima e dunque bisogna che il governo sciolga subito questo nodo. Il ministro Corrado Passera non lo ha fatto, mi auguro che il nuovo esecutivo guidato da Letta possa rimediare in fretta».
BERLUSCONI Finisce sott'accusa la politica nazionale che - secondo Alessandra Giudici - «ha privilegiato gli interessi bottega, a quelli dei sardi. Per una scelta scellerata del governo Berlusconi, l'Eni è quasi sparita dall'Italia. A Porto Torres è stata smantellata la chimica di base, e non va bene».
Gli indipendentisti non esitano a parlare di «ricatto bello e buono. L'Eni - spiega Simone Maullu, portavoce ufficiale di Irs - ha minacciato di chiudere la partita sulle bonifiche se non avesse ottenuto il via libera alla chimica verde. L'avvelenamento delle acque e l'alterazione delle bellezze naturali sono lì, sotto gli occhi di tutti, e la nostra classe politica, anziché porre al centro della sua azione una propria quota di libertà , ha conquistato la servitù. Da un processo doloso, sulle bonifiche, si è passati a un processo colposo. In una parola, si cerca la ricchezza dalla mondezza, e non dalla bellezza: oggi il business è rappresentato dai rifiuti».
LA REGIONE Nel mirino c'è il governo nazionale. E la Regione? «Anche a Cagliari esistono responsabilità precise. Mi riferisco alle conferenze di servizio non convocate, ai ritardi sulle decisioni da prendere, ad esempio sull'area di Minciaredda». Già , qui siamo all'assurdo. Fu proprio in seguito a un'incursione di Gavino Sale, leader indiscusso dell'Irs e grande conoscitore del territorio di cui è espressione (è orgogliosamente di Banari), che fu scoperto quello scandalo. Una discarica a cielo aperto, sacchi di prodotti chimici ad alto tasso di tossicità interrati senza ritegno e venuti alla luce grazie alle ruspe indipendentiste. Il caso Minciaredda è ancora irrisolto. «Il primo progetto - racconta ancora la presidente della Provincia di Sassari - prevedeva la copertura tombale, ed è stato bocciato. Dopo quello stop, ora siamo fermi: aspettiamo un altro progetto che preveda un diverso tipo di intervento, ma per metterlo a punto occorre che la Regione convochi un'apposita conferenza. Cosa si aspetta ancora?».
LE PROSPETTIVE Tutto sommato, la speranza che in tempi ragionevolmente brevi si possa liberare dai veleni un'area di enorme pregio è destinata a infrangersi nel mare della burocrazia, e nella colpevole sottovalutazione di un dramma ambientale passato troppe volte sotto silenzio. «Ne usciremo - insiste il sindaco di Porto Torres Beniamino Scarpa, senza voler passare per il campione dell'ottimismo un tanto al chilo -: ribadisco che non potremo tornare ai tempi in cui a Porto Torres attraccavano 1500 navi all'anno, con 3 milioni di tonnellate di petrolio, mentre oggi, nel 2012, ne abbiamo contate sessanta, con poche decine di migliaia di prodotto. Porto Torres dispone di un porto industriale di 400 ettari, quasi del tutto inutilizzati. Non possiamo più permetterci questo deserto». La rassegnazione non fa parte del vocabolario di Irs. «Per fortuna - conclude Maullu - che in Sardegna 130 comitati vigilano sull'ambiente e credono nella sua difesa».
