«Come è pensabile produrre nella Sardegna centrale se per portare una tonnellata di prodotto da Singapore a Genova Indorama spende 100 dollari, cioè 76 euro, mentre per trasferire la stessa quantità da Ottana a Genova servono 80 euro?». La domanda, più volte poste nei tavoli di contrattazione con i sindacati dal gruppo thailandese Indorama, partner di Paolo Clivati a Ottana Polimeri, azienda che produce pet, è il nodo insoluto dopo oltre quarant'anni di industria. Poi c'è l'handicap energetico che vale per Ottana e per la Sardegna: 10 per cento in più a megawattora. Scontato chiedersi per l'ennesima volta che posto possa avere l'industria nella grande piana sottratta ai pascoli e alle pecore. Spazzate via le sicurezze delle grandi industrie di Stato con la smobilitazione di Enichem, esaurita la fase delle privatizzazioni, l'area industriale di Ottana si aggrappa alle multinazionali
POLO ENERGETICO «Qui il problema non è solo il costo del lavoro, ma soprattutto quello infrastrutturale. L'impresa cerca di compensare facendo largo uso degli ammortizzatori sociali. Ma non basta», spiega Ignazio Ganga, fino a un mese fa leader della Cisl nuorese, per 14 anni in prima fila nelle battaglie sindacali e nelle vertenze industriali. «Se non si risolvono i problemi legati ai trasporti, all'energia, alle reti telematiche dubito che il sogno industriale possa reggere». Vie d'uscita? «Serve la realizzazione del terzo polo energetico regionale. Quanto sia importante per il riequilibrio delle esigenze energetiche dell'Isola lo dimostra il black out della centrale del nord Sardegna». Attenzione - raccomanda - perché a Ottana bene o male la grande industria regge e assicura 500 posti di lavoro tra diretti e indiretti mentre non decollano le piccole e medie imprese. «Le grandi industrie riescono a sopperire alle carenze infrastrutturali e agli alti costi, le altre no». E l'esperienza del contratto d'area, fallita nonostante i fiumi di denaro pubblico? «La programmazione non è stata dal basso, i pacchetti sono stati costruiti dalle grandi centrali ministeriali a Roma. Nel marzo 1998 ci dissero: queste sono le 29 imprese per il centro Sardegna, selezionate tra 129».
CONTRATTO D'AREA «Molte responsabilità sono dell'Eni: c'era l'impegno per un progetto di reindustrializzazione. Invece si sono spesi 170 milioni di euro, ma gli obiettivi non sono stati centrati», dice Gianfranco Mussoni, fino all'estate scorsa leader della Cgil nuorese. Nelle fabbriche di Ottana ha passato oltre trent'anni, da lavoratore e da sindacalista. Perciò ripesca il meglio dai decenni di storia. «Fino agli anni Novanta c'era la manutenzione preventiva, oggi non si fa più. Bisogna tornare a fare quegli interventi per evitare situazioni come la recente nube tossica che ha annerito le pecore. Ma guai a noi a pensare di dismettere l'industria, bisogna mantenerla facendo in modo che sia rispettosa dell'ambiente e della salute. Ecco, su questo versante c'è stata una sottovalutazione, ma industria e attività agricola non sono alternative. Devono convivere come succede in tutto il mondo».
LA POLITICA «La classe politica sarda ha accettato passivamente tutto, pur di calmare gli animi, anche la fuga di Eni», accusa Francesca Ticca, segretaria regionale della Uil, leader sindacale a Nuoro negli anni del contratto d'area, dal 1999 al 2006. «La politica - insiste - non si è preoccupata di creare nel territorio una cultura imprenditoriale, ha pensato solo alle buste paga. Così dal territorio arrivano i dipendenti, ma non gli imprenditori». Il contratto d'area avrebbe dovuto creare nuove piccole realtà dopo la dismissione di Montefibre. «Abbiamo chiesto trasparenza. Ma le combinazioni della politica hanno portato prenditori. Il sito di Ottana è comunque importante, bisogna salvare l'esistente a tutti i costi». Con tutte le diseconomie? «La grande industria, nonostante sia messa in discussione, è necessaria. Bisogna tenerla perché produrre è necessario, ma non possiamo avere una grande industria se non riusciamo a fare prodotti finiti. Non possiamo però pensare a un sistema monocolturale. Prima ci siamo battuti per l'industria, ora per l'agricoltura. Serve un sistema che li metta assieme». Convinzione diffusa nel mondo sindacale, accompagnata da una certezza: l'avvento dell'industria, pur con i suoi fallimenti, ha innescato un processo economico e sociale che vale una rivoluzione.
Marilena Orunesu
