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L'unione sarda. Un solo grido: «Lavoro»

Il comizio sindacale dopo il corteo di Cgil, Cisl e Uil in viale Trento: «Subito un piano straordinario di rilancio per l'Isola che muore»

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La Canzone Popolare risuona da via Roma a viale Trento. Cambia il ritornello della protesta, ma siamo in tema: «Riforme, lavoro, equità fiscale».
LA MANIFESTAZIONE L'urlo dei 3.500 (secondo la Questura, almeno mille in più secondo gli organizzatori) scuote il Palazzo, già sporcato dal lancio di uova di primo mattino. Petardi e grida sono l'altra musica di un esercito, che con le bandiere di Cgil, Cisl e Uil ieri ha invaso il cuore di Cagliari. Il sindacato è convinto di aver centrato l'obiettivo, cioè suonare la sveglia alla classe politica sul lavoro e sullo sviluppo di un'Isola che non cresce. In prima fila facce disperate da tutta la Sardegna: dai lavoratori del Sulcis (Alcoa, Carbosulcis ed Eurallumina), a quelli della Queen di Macomer e della Rosemary di Siniscola. Ci sono gli operai dell'Eon di Porto Torres e della Green Island ma anche gli addetti della formazione professionale. E la maglietta con la scritta Noi disperati sul petto, quasi fosse lo sponsor di una squadra sportiva, è più di un monito per l'esecutivo.
IL COMIZIO «Se nel settentrione, come sostengono allarmati autorevoli ministri, si è sull'orlo del baratro, in Sardegna lo siamo già», ha esordito al microfono Oriana Putzolu, segretario della Cisl, aprendo il comizio sindacale conclusivo sopra il camioncino posteggiato in viale Trento davanti alla sede della Giunta. «I lavoratori che utilizzano tutte le tipologie di ammortizzatori sono 146 mila. La disoccupazione in Sardegna supera il 16 per cento. Inoltre, un giovane su due non lavora, uno su quattro non lavora e non studia ed è ripresa l'emigrazione, compresa quella intellettuale». Putzolu si sofferma sulle risorse per la cassa integrazione e per i contratti di solidarietà: «La situazione è stata tamponata ma non risolta. E i lavoratori non vogliono morire di assistenzialismo: chiedono che nell'Isola si rimetta in movimento il sistema produttivo. Nell'industria in senso stretto, nell'edilizia, nel terziario nell'agricoltura e nella scuola».
DISAGIO Quindi l'affondo: «Questi due palazzi, quello del Consiglio e quello della Giunta, non sono le case dei sardi», ha concluso la leader della Cisl. «Qui dentro c'è una classe dirigente che ha dimenticato l'esistenza di disoccupati, povertà e disagio». In mezzo alla folla pochi i politici. Tra gli altri, il capogruppo Pd Giampaolo Diana, l'europarlamentare dem Francesca Barracciu, il sindaco di Cagliari Massimo Zedda. Che arriva mentre sul palco Francesca Ticca, segretario della Uil rivolge un accorato appello alla Regione.
L'APPELLO «Serve un piano straordinario per il lavoro». E poi: «Gli ammortizzatori sociali non sono un'elemosina. La classe politica deve recuperare le risorse, è ora che metta in moto la fantasia e dia una risposta ai sardi che non arrivano a fine del mese». Che la via per uscire dalla crisi sia il lavoro lo dice anche il segretario della Cgil Michele Carrus: «Diciamo basta a una Regione che costringe al precariato. Chiediamo un Piano per il lavoro che punti su innovazione, istruzione e sviluppo. È ora che la politica cambi la sua agenda e assuma i bisogni e il lavoro come priorità. Basta liti, basta guerre di potere. I politici sappiano che noi siamo il Paese reale, il Palazzo quello virtuale: si paghino loro in Sardex». L'attacco alla moneta complementare e alle misure in Finanziaria è tutt'altro che casuale: «Per finanziare l'Irap con slancio hanno attinto dalle politiche sociali, mentre con severità hanno negato i sussidi ai cassintegrati. Non ne possiamo più di sentire che non ci sono i soldi per stabilizzare i lavoratori del pubblico impiego: come mai, se non ci sono, l'allegra e spensierata brigata di maggioranza li ha trovati per una flotta sarda che ci porterà soltanto multe?». Poco prima sul palco-camioncino era salito Antonio Porru, 56 anni, muratore quartese licenziato nel 2010 da una grossa azienda del capoluogo: «Con 300 euro si vive nell'incubo di dover pagare una bolletta o cambiare la bombola del gas. Sono troppo vecchio per essere assunto, troppo giovane per andare in pensione. Per persone come me i politici dovrebbero togliersi il pane di bocca». Oggi è questa, la canzone popolare.
Lorenzo Piras

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