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L'unione sarda. «Non c'è alcun rischio-mafia»

Il provveditore penitenziario e i “41 bis” a Uta e Bancali

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«Dotto', ha visto, tutt'e due abbiamo fatto carriera». Il camorrista chiuso in una cella al “41 bis” nel carcere di Palermo guarda in faccia quell'uomo che vent'anni prima aveva incontrato nei corridoi di un penitenziario calabrese, quando era appena all'inizio della scalata criminale. Lui, il camorrista, è diventato un boss, l'altro provveditore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Gianfranco De Gesu, 55 anni, di Cosenza, è sposato con una sua collega, ha un figlio: la vita tra le sbarre è iniziata nel 1984. Due anni dopo era il direttore più giovane d'Italia, a Vibo Valentia. Poi la cayenna di Palmi e Ucciardone, quando il giudice Borsellino saltava in aria con la sua scorta.
LA MISSIONE Dal 2011 gli è stata affidata la Sardegna e l'apertura delle quattro nuove prigioni. Per Tempio e Oristano missione compiuta. Restano Cagliari e Sassari, dove verranno rinchiusi mafiosi e trafficanti di droga sottoposti al regime più duro di detenzione, quello previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Vigilanza strettissima, rapporti limitati con i parenti, isolamento e continui trasferimenti da un istituto di pena all'altro per evitare contatti frequenti con gli stessi agenti di polizia penitenziaria. Un inasprimento della pena che ha originato scandali di Stato, bombe, morti e trattative con la mafia per le quali è in questi giorni sotto processo a Palermo l'ex ministro Nicola Mancino.
La Sardegna è pronta per gestire l'arrivo di questi criminali? C'è davvero il rischio concreto di infiltrazioni nel già dissestato tessuto sociale delle due città? Saranno sufficienti gli agenti di polizia penitenziaria? Che fine faranno i vecchi edifici carcerari?
VITA BLINDATA Al primo piano della palazzina di via Tuveri che ospita il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), proprio di fronte al Palazzo di giustizia di Cagliari, fidati poliziotti vigilano sulla sicurezza del loro capo. Un monitor alla sinistra della scrivania segnala chi c'è oltre la porta. De Gesu fa una vita blindata: in molti lo vorrebbero sotto un metro di terra. Lui lo sa e, con qualche accorgimento, convive con la situazione. Viene dalla Calabria, terra difficile, dura. Che gli ha insegnato i fondamentali della vita. Sa bene che l'ambiente di lavoro, soprattutto il suo, non va mai preso sottogamba. Perché con camorristi, mafiosi e criminali della 'ndrangheta c'è il rischio di non potersi pentire. Due anni fa alla domanda è arrivato o l'hanno mandato ? aveva giurato di essere venuto in Sardegna per scelta. Il suo incarico, salvo proroghe impreviste, scadrà fra un anno. Riuscirà a vedere aperti gli istituti di pena di Cagliari e Sassari? «Bancali verrà consegnato entro giugno. Uta, sono certo che sarà operativo entro la fine del mio mandato. Noi siamo pronti, già a febbraio abbiamo inviato una squadra di poliziotti per gli arredi. Entro un mese dalla conclusione dei lavori lo renderemo operativo per ospitare 500 detenuti, tra i quali 90 al 41 bis e 25 donne».
NESSUN RISCHIO MAFIA Il deputato Mauro Pili e alcuni sindacalisti a lui vicini denunciano, con l'apertura delle nuove prigioni, il pericolo di infiltrazioni mafiose. «Lo escludo. In Italia ci sono circa 800 detenuti reclusi con il regime del 41 bis e non risulta che ci siano infiltrazioni mafiose in quelle regioni che li ospitano. I 190 reclusi con regime di carcere duro che verranno inviati in Sardegna non rappresentano un pericolo. I criminali - aggiunge De Gesu - non vogliono essere reclusi nell'Isola: troppo lontano dai loro interessi». C'è un nesso di causalità tra carcere e insediamenti mafiosi? «No, nessun familiare o affiliato alla cosca si trasferirebbe qui, i rapporti col detenuto sarebbero impossibili. Il regime 41 bis concede mezz'ora di colloquio al mese e solo ai parenti di primo grado - moglie o figli - senza contatti diretti, attraverso un vetro. Non solo: l'organizzazione mafiosa non lascerebbe mai sguarnito il territorio dove esercita i traffici loschi, perderebbe il controllo. Piuttosto - continua il provveditore - ci sono città in Sardegna dove sono state scoperte infiltrazioni mafiose ma non c'è alcun istituto di pena».
CARCERI CHE CHIUDONO Gli istituti di Macomer e Iglesias verranno dismessi? «Sì, gestire un carcere con meno di 100 detenuti è antieconomico. I tempi di chiusura verranno decisi dopo l'apertura di Cagliari e Sassari». Buoncammino sta crollando a pezzi, che fine farà? «Nel primo anello trasferiremo gli uffici del dipartimento ora ospitati in via Tuveri, un trasloco che ci permetterà di risparmiare decine di migliaia di euro. Il reparto detentivo non ci interessa, il suo futuro sarà di competenza del Demanio».
Intanto la rivoluzione nel carcere cagliaritano è già scattata. Il comandante Michela Cangiano è stata trasferita al Dap e il direttore Gianfranco Pala potrebbe seguirla tra pochi giorni, lasciando libero un posto che sarà occupato da un direttore cagliaritano ora in servizio nel Nord Italia.
Andrea Artizzu

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