Una condanna a quattro anni per omicidio colposo con l'obbligo di dimora a Orune. Pietro Baragliu, 23 anni, in carcere dall'estate scorsa con la pesantissima accusa di omicidio volontario per aver investito e ucciso il brigadiere Paolo Corbeddu, 58 anni, di Oliena, ha lasciato la cella di Badu 'e Carros. Il pubblico ministero Andrea Schirra aveva chiesto 16 anni di carcere, ma ieri - giorno della sentenza - il gup Claudio Cozzella ha accolto la tesi della difesa (avvocati Pasquale Ramazzotti e Gianni Sannio): nessun dolo. Il giovane che la notte del 21 agosto 2012, alla guida (senza patente) dell'Audi A5 della sorella, travolse il carabiniere impegnato in un posto di blocco sulla provinciale Bitti-Orune, non voleva investire il militare. «Non ho visto il brigadiere Corbeddu», ha ribadito Pietro Baragliu lunedì scorso, nell'aula al quarto piano del Tribunale. «Chiedo perdono», ha aggiunto il giovane allevatore di Orune. Aveva già chiesto scusa una volta, quando - convinto dai genitori e dall'avvocato - si consegnò alla polizia dopo la fuga durata due giorni.
«DOPO IL DANNO, LA BEFFA» Ieri mattina, in Tribunale a Nuoro, Pietro Baragliu era sostenuto da tutta la famiglia che attendeva davanti all'aula. Il padre Antonio, la mamma Luigina Ruiu, le sorelle Gianfranca e Artura, le zie, zii e cugini. Dopo la sentenza, l'andito al quarto piano del palazzo si è come diviso in due: da una parte la gioia, le vigorose strette di mano, i sorrisi e gli abbracci. Dall'altra, la delusione dipinta sul volto di Raimondo Corbeddu, 59 anni, fratello gemello del brigadiere ucciso. Si era costituito parte civile con l'assistenza dell'avvocato Mariano Delogu. È arrivato da Cuneo, con la moglie. «Oltre al danno, la beffa - dice -. Noi non cerchiamo vendetta, ma un minimo di giustizia deve essere garantito. Niente. Come se mio fratello fosse stato uno sprovveduto, come se fosse morto per colpa sua. E invece era lì solo per fare il suo lavoro, per garantire la legalità . Non era certo la prima volta che faceva un posto di blocco, sapeva bene come comportarsi».
IL POSTO DI BLOCCO È stato il punto centrale della battaglia tra accusa e difesa. La ricostruzione del momento dell'impatto, l'auto che piomba dopo una curva, il brigadiere che stava quasi al centro della carreggiata, nell'oscurità . «Dopo tanti anni di servizio, Paolo sapeva bene come comportarsi durante un posto di blocco. Chissà quante volte - puntualizza Raimondo Corbeddu - si sarà fermato proprio in quel punto. E adesso la beffa. Questa non è giustizia. Mio fratello è morto per niente».
IL MONUMENTO A Orune il brigadiere Paolo Corbeddu prestava servizio da diciotto anni, con una parentesi dal '94 al '98 - quando fu chiamato a Cagliari, al Comando Legione, segreteria del generale - e lui chiese di poter tornare in Barbagia. Caso unico in Italia di un militare che sceglie di restare in una sede disagiata. A Orune ci stava bene, era benvoluto e stimato. Lo scorso aprile, al chilometro 72, proprio nel punto in cui è caduto, è stato inaugurato un monumento alla memoria.
«MIO FIGLIO, UN LAVORATORE» Ieri mattina, dopo la lettura della sentenza, mentre il figlio lasciava l'aula passando da una porta laterale, Antonio Baragliu, 65 anni, allevatore con un'azienda agricola a Mores, era circondato dalla truppa dei parenti. «Io non voglio dire nient'altro se non che tutti, in paese, sanno chi è mio figlio. Un lavoratore». Da una parte uno spiraglio di luce, dall'altra il buio. «Questa non è giustizia», ribadiva Raimondo Corbeddu.
Piera Serusi
