Un equivoco. «Ho fatto solo il mio lavoro con clienti che conosco da quasi vent'anni. Nulla di irregolare. Con le persone indicate come miei complici in un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga ho avuto solo rapporti economici legati al mio lavoro. Dimostrerò tutto carte alla mano».
L'avvocato cagliaritano Corrado Altea non ci sta: tira fuori la grinta e rispedisce al mittente le accuse che all'alba di lunedì lo hanno portato a Buoncammino insieme a Graziano Mesina e altre 24 persone. Quasi cinque ore di interrogatorio serale nel carcere cagliaritano alla fine del quale ha dato la notizia a sorpresa: «Mi auto sospendo dall'ordine degli avvocati». E siccome l'arresto è legato al fatto che avrebbe abusato della sua professione per agevolare la banda di trafficanti, ecco che verrebbero meno le esigenze cautelari. A quel punto il suo difensore, Daniele Condemi, ha chiesto i domiciliari. Il pm Gilberto Ganassi si è riservato di esprimere un parere e il gip Giorgio Altieri ha rinviato la decisione.
IL RUOLO DEL LEGALE Secondo l'accusa Altea aveva un ruolo importante nella banda capeggiata dall'ex ergastolano orgolese Graziano Mesina: pagava le partite di droga, teneva i contatti coi complici abusando della sua qualità di avvocato, trovava nuovi corrieri, almeno una volta aveva avvisato i calabresi del ritrovamento di una microspia nell'auto di Gigino Milia, l'altro uomo forte del gruppo. Nel maggio 2010 il penalista cagliaritano avrebbe messo in contatto lo stesso Milia con Christian Mancosu, un suo amico cagliaritano che aveva contatti in Colombia ed era disposto a recarsi in sud America per trafficare in cocaina. Insieme a Milia era andato ad Africo per presentare il corriere ai calabresi coi quali sperava di organizzare il viaggio. Il progetto era naufragato perché il gruppo non era riuscito a raccogliere i diecimila euro che servivano per il viaggio e per la permanenza di Mancosu in Colombia.
E ancora: grazie ad Altea la gang avrebbe stretto contatti con un napoletano per la realizzazione di non meglio precisati affari. Nella richiesta di arresto il pm gli ha attribuito una spregiudicata attitudine a strumentalizzare la fondamentale funzione di difensore. Insomma: l'avvocato avrebbe svolto un ruolo essenziale nell'ambito dell'associazione capeggiata da Gigino Milia.
Altea, Mesina e Milia sono stati arrestati durante il blitz dei carabinieri di Nuoro, all'alba di martedì scorso insieme ad altre 23 persone che, nel corso dell'interrogatorio di garanzia, si sono tutte avvalse della facoltà di non rispondere.
L'INCHIESTA La vicenda che ha portato all'arresto del bandito graziato nel 2004 dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi è cominciata nel 2008: i carabinieri stavano indagando su un sequestro-lampo. Casualmente l'intercettazione del telefono di Giuseppe Innocenti svelò che questi si riforniva di droga dall'ex re del Supramonte che teneva i contatti attraverso il compaesano Giovanni Antonio Musina. I carabinieri cominciarono a pedinare Mesina e gli amici mentre la microspia piazzata nell'auto di Francesco Piras di Norbello, legato agli orgolesi, forniva esplicite conferme ai sospetti dell'esistenza di una vera e propria banda specializzata nel traffico di droga. Il capo era Gigino Milia, un anziano pregiudicato di Fluminimaggiore legato a Mesina da antichi rapporti di natura criminale. I due fecero numerosi viaggi a Milano per comprare eroina. Mesina non si limitava a trattare coi fornitori ma pagava anche i viaggi dei corrieri. Del gruppo, secondo l'accusa, facevano parte anche Antonello Mascia, che custodiva la droga nella sua azienda agricola di Villanovafranca e poi la consegnava a Mesina e ad altri orgolesi. Tra questi c'erano Vincenzo Sini e Franco Piras. Ma tra i clienti c'erano pure i cagliaritani Guido e Daniele Brignone, padre e figlio. La droga veniva fornita dall'albanese Kastriot Lukaj. Al traffico erano interessati anche i calabresi del clan Morabito-Bruzzaniti che facevano da intermediari fra Milia e l'albanese.
M. Francesca Chiappe
