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L'unione sarda. Stiamo peggio del Rwanda

Statistiche impietose

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di Maria Paola Masala

Cinquantasette. Tranquilli, non è il numero delle consigliere regionali sarde. Che follia sarebbe? Cinquantasette donne su ottanta? Solo 23 uomini? No, cinquantasette è il posto che l'ultimo rapporto dell'Onu e dell'Unione Interparlamentare assegna all'Italia per quanto riguarda la rappresentanza femminile nei Parlamenti nazionali.

Siamo in buona compagnia (21 per cento), con Gran Bretagna e Francia, ma facciamo una figuraccia se confrontati al Belgio, quasi 40 per cento, e ai paesi scandinavi, dove le donne arrivano al 42-45, per non parlare di Andorra (56 per cento). Nel mondo ci battono Cuba, Mozambico, Sudafrica, che si attestano sul 40-45, e il Rwanda, che ha in Parlamento più donne che uomini. Ma che figurone con Mongolia, Myanmar, Emirati Arabi, Iran, Nigeria: “vantano” nei rispettivi parlamenti novantacinque uomini su cento. Noi solo un'ottantina, in fondo.
Veniamo all'assemblea dei sardi. Sette su ottanta. Tanto poche sono le donne. Una è la presidente del Consiglio regionale, e un'altra l'assessora alla Sanità, è vero, ma sette è meno del dieci per cento! Uno schiaffo ben dato dalla matematica alla democrazia. E non consola che la lettera Z (due rappresentanti) sia tutta al femminile. Il resto è la cronaca di un'ingiustizia, la rappresentazione sconfortante di uno squilibrio che nasce da una considerazione banale: dare più spazio alle donne significa toglierlo agli uomini. Non si scappa.
Il diritto alla parità di genere, che avrebbe trovato udienza nella possibilità (del tutto libera) di esprimere una doppia preferenza, si scontra con la determinazione di chi non vuole rinunciare al potere, non a caso sostantivo di genere maschile. Il resto è materia di dibattito, di analisi, di sottili distinguo. Resta incontrovertibile la sconfitta della democrazia (che è fatta di donne e di uomini). E resta la voglia delle donne di continuare a combattere. Quelle che siedono sui banchi del Consiglio, quelle che credono nell'impegno politico, quelle che da mesi chiedono alla Regione una nuova legge elettorale, non si fermeranno. Dalla loro parte hanno la Costituzione, sostantivo di genere femminile.

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