Eleggeremo un governatore con meno potere, sorretto probabilmente da maggioranze fragili o comunque non granitiche come negli ultimi due lustri. Monarca non più assoluto, perché non potrà più mandare tutti a casa dimettendosi: altrimenti gli sarà vietata la ricandidatura. Eleggeremo un Consiglio regionale di soli 60 eletti, pescati in otto collegi territoriali e non dal cosiddetto listino dei nominati, ormai abolito. Ma quei 60, c'è da temere, saranno quasi tutti uomini. Se non sarà così, si dovrà alla maturità degli elettori e non certo alle regole del voto.
IL CASO C'è tutto questo nella nuova legge elettorale della Regione, approvata ieri con numeri molto larghi: 61 sì, appena 7 no, 6 astenuti. Restando sotto la soglia dei 54 voti (due terzi dell'assemblea) sarebbero bastate le firme di 16 consiglieri per imporre un referendum confermativo: ora invece chi lo vuole dovrà raccogliere quasi 50mila firme in tre mesi.
La giornata finale di lavori in aula non ha restituito la doppia preferenza uomo-donna, ma ha regalato un'altra sorpresa. E anche stavolta, come nel voto segreto che ha azzoppato la norma sulla parità, lo si deve a Mario Diana, presidente del gruppo “Sardegna è già domani” (che però può sciogliersi dopo l'addio di Efisio Arbau). È suo l'emendamento che sancisce l'incandidabilità del governatore che, dimettendosi, faccia sciogliere il Consiglio.
LA NOVITÀ Una norma di cui si parlava da anni (era un pallino di Paolo Maninchedda quando, nella scorsa legislatura, ancora presiedeva la commissione Autonomia per conto del centrosinistra), ma pochi pensavano che potesse passare. Invece accade, con una rapida votazione per alzata di mano che coglie molti in contropiede.
Soprattutto il centrodestra, perché il primo bersaglio di questa regola è Ugo Cappellacci. Lui ha sempre smentito di volersi dimettere anzitempo, ma continuavano a circolare voci di uno strappo per votare in autunno e non a febbraio. Ma forse, più dell'attuale presidente, la norma colpisce chi governerà nella prossima legislatura. Che non potrà più convincere un'eventuale maggioranza riottosa minacciando di dimettersi e di sciogliere il Consiglio.
L'altra novità di ieri è la modifica del premio di maggioranza. Al nuovo governatore basterà superare il 40% dei voti (non più il 45) per aggiudicarsi il 60% dei seggi, cioè 36. Se resta sotto il 40, ma purché arrivi almeno al 25, ne avrà 36, pari al 55% dell'assemblea. Nei casi, poco probabili, di un presidente eletto con meno del 25% o più del 60, non ci sarà alcun premio di maggioranza.
LA PARITÀ Niente da fare per la doppia preferenza di genere: gli emendamenti di Franco Meloni (Riformatori), Giuseppe Cuccu (Pd) e Adriano Salis (Misto) per recuperarla dopo il voto segreto di giovedì scorso, sono considerati inammissibili. L'aula invece boccia nettamente (12 sì, 43 no) la proposta di Renato Soru di riservare il 30% dei seggi, cioè 18 su 60, al genere meno rappresentato. «Non è vero che fossi contro la doppia preferenza di genere», spiega l'ex governatore, «ma credo che questo sistema garantisca meglio la presenza femminile».
«Voterò a favore, è un modo per rimediare a quel voto segreto», aggiunge Adriano Salis. A favore anche il sardista Paolo Maninchedda, severo col Pd: «Se è reale il pentimento sulla doppia preferenza e l'impegno a rimediare, votate contro la legge nel suo insieme».
Nella votazione finale invece i democratici dicono sì: «Chi è contrario vuole che restino i nominati e si sforino i 60 consiglieri», avverte Giuseppe Cuccu. «Una legge elettorale è necessaria», spiega Giampaolo Diana, «ma presenteremo subito una legge di un solo articolo per sancire la doppia preferenza». «Per noi va bene, siamo stati sempre a favore di quella regola», dice il capogruppo Udc Giulio Steri, «ma bisogna fare in fretta. E comunque su questo tema molti hanno dichiarato una cosa per poi votare il contrario». Deve pensarla così anche il capogruppo Pdl Pietro Pittalis, che si limita a una considerazione tagliente: «È il teatrino dell'ipocrisia».
Giuseppe Meloni
