Veltroni, l'Italia attraversa una crisi senza precedenti, il governo di larghe intese è una risposta adeguata?
«Tutti ricordano come siamo arrivati a questa situazione: dopo un voto che non ha visto affermarsi uno schieramento ma al contrario ha segnato una forte frantumazione. Questo governo non lo definisco di “larghe intese” (che è una formula politica), lo definisco di necessità. Un governo che deve lavorare per dare risposte alla drammatica crisi economica e a quella non meno grave sul versante politico e istituzionale».
Non le provoca l'allergia vedere il Pd collaborare con Berlusconi, che si porta dietro un pesante carico di inchieste e di comportamenti non esattamente da statista?
«Ripeto, questo è un governo di necessità, non è e non può essere una proposta politica».
Con quale legge elettorale pensa si debba andare alle prossime elezioni politiche?
«Nel mio “E se noi domani”, il libro che sto presentando in questi giorni in Sardegna, indico la necessità di una riforma istituzionale profonda, quella del semipresidenzialismo sul modello francese. E questa formula si porta dietro la legge sul conflitto di interessi e una riforma elettorale col doppio turno di collegio per eleggere sia il presidente che i parlamentari. Quello che è certo e che non si può tornare a votare col porcellum, è una legge disastrosa».
Si parla da decenni di riforme, il governo Letta è in grado di farle?
«È il mio augurio perché credo che l'Italia abbia bisogno di rafforzare la capacità di decisione, di cancellare il bicameralismo perfetto, di ridurre il numero dei parlamentari, di allontanare la politica dalla gestione…».
Il Movimento 5 Stelle dopo il successo, non ha brillato in fatto di democrazia interna, che cosa ne pensa?
«Credo che il Movimento 5 Stelle sia riuscito a catalizzare un malessere, ma non sia capace di rispondere positivamente a quei sentimenti. E mi piace ricordare che quando nacque il Pd era il partito della riforma della politica e così fu percepito dagli elettori. Tanto è vero che il fenomeno Grillo (c'era già stato il primo “vaffaday” a Bologna) non ebbe nel voto del 2008 alcuno spazio».
Il Pd è attraversato da forti tensioni. Pensa che le regole congressuali finiranno per penalizzare Renzi?
«Sono un po' stufo di discutere solo di nomi e di regole. Le regole ci sono, sono contenute nel nostro statuto: applichiamole e fissiamo una data. Poi attorno alle candidature si discuta davvero di progetti e idee per rispondere ai problemi dell'Italia. Regole contro qualcuno sarebbero davvero inaccettabili».
Crede che il segretario del partito debba essere automaticamente candidato premier?
«Sono convinto di sì e credo che non si tratti di un particolare di poco conto».
Renzi è l'uomo della provvidenza o il Pd è in grado di esprimere altri nomi?
«Per fortuna gli “uomini della provvidenza” non fanno parte della nostra cultura. Mi sono già espresso su Renzi: appare la persona in maggiore continuità con il progetto del Lingotto. Ci saranno altri nomi e sarà un confronto di idee produttivo».
Pensa che siano stati fatti abbastanza sforzi per tagliare le spese della cosiddetta casta?
«Nella scorsa legislatura ho insistito perché questo nodo venisse sciolto, purtroppo si è perso molto tempo e ora siamo costretti a inseguire. Sono per una battaglia senza quartiere contro la corruzione politica e la zona d'ombra tra criminalità e politica. Per fare questo serve trasparenza e una forte rimotivazione».
Lei sta girando l'Italia in lungo e in largo, quali sono i sentimenti delle persone nei confronti dei politici?
«Personalmente quando sono in giro per presentare il mio libro, ma anche nei mille contatti quotidiani, colgo una grande domanda insieme a un diffuso malessere: la crisi è durissima, i cittadini e le famiglie sono in difficoltà. La domanda è quella di una politica all'altezza dei problemi. Non possiamo deluderli».
Nel '94 si parlava di Berlusconi e giudici. Nel 2013, diciannove anni dopo, si parla di giudici e Berlusconi. Quando di uscirà da questa empasse e, soprattutto, come?
«È qui il punto: da vent'anni l'Italia è bloccata in una sorta di corpo a corpo su Berlusconi e sulle sue vicende giudiziarie. Per altro Berlusconi è bravissimo a trasformare qualunque confronto in un referendum su se stesso. Sbaglieremmo a inseguirlo su questo terreno».
Occupazione, lotta all'evasione, rilancio dell'economia, riforme istituzionali. Perché negli ultimi decenni è stato fatto poco o niente?
«È mancato - lo dico anche nel libro - un vero ciclo riformista in Italia e questo ha fatto arretrare il Paese in una fase di grandi cambiamenti sulla scena mondiale. Bisogna ripartire da qui e il Pd era lo strumento nato proprio per fare questo».
Lei è stato dirigente politico, segretario nazionale del partito, vice premier e sindaco di Roma. Quali di questi incarichi le ha regalato le maggiori gioie?
«Ho sempre detto che quello di sindaco è il mestiere più bello del mondo e lo confermo».
E dispiaceri?
«Potrei parlare delle mie dimissioni, ma è meglio lasciar stare».
La Sardegna è una terra martoriata dalla crisi. Se i sardi alzano la voce e chiedono l'indipendenza o, comunque, una forte autonomia non è che abbiano tutti i torti. O no?
«Conosco bene la gravità della crisi in questa terra. Siamo davanti a difficoltà straordinarie a cui vanno date risposte straordinarie. Allo stesso modo conosco la grande tradizione democratica dell'autonomismo sardo e le ragioni dell'autonomia vanno sostenute. Altra cosa sono le illusioni indipendentiste: da questa crisi non ci si salva con un pezzo del Paese contrapposto all'altro».
Il Pd sardo è in fibrillazione per le prossime regionali. Chi potrebbe essere il candidato migliore?
«Si fanno molti nomi, tutti significativi. La scelta sarà affidata al meccanismo partecipativo e popolare delle primarie. Una scelta importante per dare alla Sardegna un governo di cambiamento dopo gli anni negativi e depressivi della gestione di Cappellacci e del centrodestra».
Renato Soru sembrava l'uomo nuovo della sinistra sarda ma la sua esperienza di governo si è chiusa negativamente. Crede che possa essere riproposto come leader del centrosinistra?
«Ho un eccellente giudizio sull'esperienza di governo di Renato Soru, ho sempre apprezzato il suo riformismo e la sua radicale capacità di innovare. Per questo ritengo che anche oggi Soru sia una risorsa importante».
Ivan Paone
