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L'unione sarda. In viaggio con Niffoi e la storia che non scriverà

Gli aneddoti, i libri, la musica, l'importanza della terra: un Nuoro-Olbia con l'autore

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Viaggiare con Salvatore Niffoi, 63 anni, s'iscrittore, a Orani, la sua patria, chiamato “Karrone”, è come ascoltare un suo audiolibro.
All'alba la 131 nel tratto fra Nuoro e l'aeroporto di Olbia è una striscia di asfalto che attende ancora di essere arroventata dal sole e per ora vede scorrere metafore, ambienti, situazioni e persone a metà strada tra un mondo reale e fantastico. Sardo e italiano viaggiano su dei binari paralleli. Perfetta la padronanza di entrambi gli idiomi, anche se è in limba che il nostro dialogo scorre. Concetti e ricordi espressi nel suo stile inconfondibile capace di catturare le attenzioni dei lettori e di case editrici di peso (14 i libri già pubblicati prima Adelphi e ora con Feltrinelli, ma la partenza fu con i nuoresi de Il Maestrale, 16 le lingue in cui è stato tradotto).
Dallo stereo della sua Pegeout 308 la voce di Piero Marras è di un lirismo profondo. Brani che Niffoi canta con voce ferma. «Ndappo iscrittu otto su deghe», gongola soddisfatto, così come lo è anche dell'arrangiamento meticoloso del cantautore nuorese, che ha curato ogni minimo particolare nel disco “Ali di stracci”, che dovrebbe uscire a settembre. I due ci hanno lavorato, gomito a gomito, per oltre tre anni. «Sono canzoni d'amore. Tutte incentrate sulla figura femminile. Donne forti. E su quanto possa essere importante e per la vita di un uomo». La musica e le canzoni sono sempre state una presenza fondamentale nella sua vita. Un legame indissolubile mai interrotto. Niffoi lo ricorda a tappe. Da quando da studente con altri amici di Orani, vestiti di velluto e con i pantaloni a zampa di elefante, si divertiva a suonare: «Ci dovevamo dare un nome e dissi agli altri. Chiamiamoci Zero, “tanto semus zero”, quale nome potrebbe essere migliore». La musica compagna fedele per tutte le stagioni: «C'è sempre. Soprattutto di notte. Io dormo poco, si può dire che riposo qualche ora». E al risveglio c'è già la voglia di sporcarsi le mani con la terra. Il suo orto giardino «è un luogo rassicurante che mi ricarica e rilassa. Mi consente di osservare la natura e coglierne il ciclo della vita. E soffermarmi a cogliere le abitudini di uccelli, lucertole e tanti altri esseri che mi circondano e mi incuriosiscono». Tra questi c'è una biscia, “sa colora puzzonaria”, di cui conosce ormai a memoria le abitudini. «Mannoi me lo aveva detto. Non la tocches. Lassala istade, chi non faket male a nemos. E io non la tocco».
Alla guida inforca Rayban per sfidare il sole mentre il gessato firmato Paolo Modolo lo protegge con una fascia di lino in modo che la cintura di sicurezza non lo rovini. Procede spedito e parla. E un fiume in piena, che straripa continuamente di racconti e aneddoti sfiziosi. Parla della sua casa avvolta di libri, sculture, quadri chiaramente realizzati da lui. «Sono per i miei figli. Li lascio per loro. La cultura immateriale vale molto più dei denari e delle tanche», dice. Racconta delle letture che lo hanno emozionato come Papà Goriot di Balzac o il Faulkner di Mentre morivo. Parla di come nasce un suo romanzo. Di una trama buttata giù su un foglietto di volante. Poi la lista dei personaggi maschili e femminili. I luoghi dove si snoderà la storia. Perde per un attimo, per poi ritrovarlo, il conto dei romanzi pubblicati. «Sono quattordici, ma c'è ne è uno, forse il piu' bello, che non scriverò mai. Ed è la storia di amore con mia moglie Beatrice». Quando parla di lei gli si illuminano gli occhi, come quando scandisce i nomi dei quattro figli: Emiliano, Marco, Davide e Cristina. L'auto imbocca già la deviazione per l'aeroporto quando racconta del padre Nicola e della sua etica senza compromessi. Vaccaro, agricoltore, scalpellino e minatore. «Quando andai per la prima volta a Roma in aereo a studiare, mi guardò con un'aria severa. “Non ti naro nudda”, sentenziò. Voleva essere sicuro che facessi sul serio. Forse voleva anche carpire se in quello strano aggeggio volante portavo i valori in cui credeva. Che non sono di certo quotati in borsa».
Luca Urgu

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