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L'unione sarda. Inganno al sapor di cioccolato

SINISCOLA. La Corte dei conti inguaia imprenditori e curatore: sono di Nuoro e Orosei

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Due imprenditori avevano ottenuto dal ministero dello Sviluppo economico una montagna di denaro: un milione e 160 mila euro. Attraverso una società ora fallita, sostenevano di voler aprire una fabbrica di cacao, cioccolato, confetti e caramelle. Un sogno industriale dolcissimo ma fasullo. Lo stabilimento delle delizie, nella zona industriale di Siniscola, non è mai nato. Il capannone che doveva ospitarlo è in rovina, gli aspiranti industriali in un mare di guai. Noris Massimo Antonio Aversano, 40 anni, piemontese nato a Tortona ma da tempo residente a Orosei, e Salvatore Puggioni, 47 anni, nuorese, rispettivamente rappresentante legale e gestore di fatto della società Gabrien, sono stati condannati dalla Corte dei conti di Cagliari a restituire all'Erario tutti i soldi, fino all'ultimo centesimo e con cospicui interessi. Chiamata al maxi risarcimento, in solido, anche la società, attraverso il curatore fallimentare, Agostino Galizia, 44 anni, commercialista nuorese. I giudici (presidente Mario Scano, relatore ed estensore Marino Benussi, consigliere Antonio Marco Canu) hanno accolto integralmente la richiesta del procuratore regionale Donata Cabras che aveva convenuto la Gabrien in giudizio il 28 dicembre di due anni fa.
UNA STORIA LUNGA DIECI ANNI La sentenza, depositata a luglio, è un macigno pesantissimo. Chiude il primo round giudiziario di una storia che attende anche i suoi sviluppi penali, dopo un'inchiesta avviata dieci anni fa sul campo dalla Guardia di finanza di Nuoro e coordinata dalla Procura della Repubblica del capoluogo barbaricino. Alla Garben - hanno accertato le Fiamme gialle - fu accordato un contributo complessivo di 2 milioni e 320 mila euro sui fondi della legge 488. La società percepì la prima quota e stava incassando la seconda, dello stesso importo, quando la magistratura sentì puzza di imbroglio e sottopose la somma a sequestro preventivo penale. La società sarebbe riuscita a intascare i soldi simulando un falso apporto di capitale sociale per oltre due milioni di euro e utilizzando sei fatture in tutto o in parte per operazioni inesistenti, allo scopo di documentare costi non sostenuti. Il progetto (numero 88251) prevedeva un investimento che sfiorava i 3 milioni e 800 mila euro. Due terzi della somma sarebbero stati finanziati attraverso la legge 488.
UN CAPANNONE IN ROVINA L'indagine che ha fatto saltare tutto all'aria non è stata semplice. È passata attraverso la Agenzia delle entrate di Nuoro, dove gli investigatori hanno acquisito il contratto di appalto stipulato con la Spat, società a responsabilità limitata che si impegnava a eseguire entro il 2004 gli impianti dello stabilimento e a fornire e installare in fabbrica la linea di produzione, confezionamento e imballaggio. Spat si faceva carico anche di garantire i trasporti interni allo stabilimento. Visto che in cinque anni la fabbrica non venne aperta, le Fiamme Gialle nel 2009 chiesero conto alla stessa Spat. Risposta: la maggior parte dei macchinari non erano stati ritirati. Nonostante - rilevò la Guardia di finanza - le fatture fossero state emesse e non stornate. Un sopralluogo eseguito poco dopo confermò i sospetti degli investigatori. L'immobile che doveva essere trasformato in fabbrica di cioccolato e l'area circostante erano in stato di degrado e abbandono. Niente finestre, niente pavimenti, intonaco cadente. Gli unici lavori eseguiti alcune opere di impiantistica nelle stanze che dovevano trasformarsi in uffici. In sostanza, sotto il vestito (progettuale) niente.
IL CAPITALE FASULLO Il passo successivo degli accertamenti riguardò i documenti relativi aòl'erogazione del finanziamento a Gabrien attraverso la Carisbo di Bologna, Banca concessionaria. Qui emersero incongruenze tra fatture emesse e registri Iva dell'azienda. L'analisi di un conto acceso dalla società alla filiale di Banca Intesa di Orosei rivelò un import sospetto (2 milioni e 345 mila euro) con cui la società avrebbe cercato di simulare l'apporto di capitale proprio. In realtà questi versamenti - ha sentenziato la Corte dei conti - erano «il mero esito di una serie di giroconti fittizi», come ha dimostrato l'indagine delle Fiamme gialle. Aversano e Puggioni, si legge nella sentenza, «hanno fittiziamente realizzato le condizioni per il conseguimento di un contributo pubblico non spettante. Oltre a non aver operato, sotto il profilo gestorio, in termini tali da maturare il relativo diritto, hanno precostituito in maniera ingannevole, sotto il profilo documentale, le condizioni formali per conseguire il beneficio in oggetto». Nessun dubbio neppure sul fatto che gli amministratori della società e il curatore fallimentare ne debbano rispondere ai giudici contabili. La giurisprudenza della Cassazione, consolidata, ha più volte affermato che in questi casi i destinatari dei finanziamenti abbiano realizzato un rapporto di servizio con l'amministrazione che ha subito il danno. E sono equiparati a qualsiasi amministratore pubblico o funzionario infedele.
Tonio Pillonca
twitter@toniopillonca

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