La sua commedia è finita ieri di primo mattino, poco dopo le sette: «Fermo, non muoverti». Pistole in mano, cinque carabinieri del Nucleo investigativo provinciale in borghese hanno bloccato l'uomo che usciva per andare al lavoro, gli hanno stretto le manette ai polsi e l'hanno fatto rientrare per una perquisizione domiciliare. Poi l'hanno caricato in auto e portato a sirene spiegate nella caserma di via Nuoro a Cagliari: tappa intermedia prima di proseguire verso Buoncammino, alloggio prossimo venturo di Efisio Mereu, 50 anni, di Sestu, gran parte della vita professionale alle dipendenze del gruppo caseario “Podda” e ultimamente - circa due anni - serpe in seno alla famiglia di imprenditori che l'aveva accolto e stipendiato. Era lui, secondo la ricostruzione investigativa sfociata nel blitz di ieri e costata un nuovo arresto anche agli ormai famigerati Niveo e Gianfranco Batzella, il basista della banda che nel febbraio 2012 era arrivata a un passo dal sequestrare Alessandro Podda, figlio del decano Ferruccio.
IL PROGETTO Un'incursione fallita solo a ridosso del giorno stabilito per l'intervento, il 20 di quel mese, quando in città era sbarcato Giorgio Napolitano. I Batzella (ritenuti ideatori del piano) e il complice pensavano che lo schieramento di forze a tutela del presidente della Repubblica avrebbe agevolato il rapimento. «Ma la situazione non era tranquilla. Si sono accorti della pressione delle forze dell'ordine sul territorio e hanno abbandonato il progetto»: il colonnello Davide Angrisani, comandante provinciale dei carabinieri di Cagliari, nello spiegare quali passi hanno compiuto i suoi uomini e quelli della sezione di polizia giudiziaria prima di arrestare i responsabili del fallito assalto ha ricordato le «difficoltà nei tanti mesi di indagine, perché il gruppo faceva più cose alla volta e noi avevamo informazioni frammentarie. Era una banda modulabile con uno o due elementi importanti. Organizzava delitti, rapine senza scrupoli e atti intimidatori». I militari, coordinati dal pubblico ministero della Dda Rossana Allieri e sotto il comando del maggiore Alfredo Saviano del Reparto operativo e del capitano Roberto Scalabrin del Nucleo investigativo, avevano scoperto del progetto di sequestro intercettando i Batzella nella seconda metà del 2011. Erano tenuti sotto controllo per l'omicidio di Gianluca Carta, ucciso la notte tra il 17 e 18 giugno di quell'anno per questioni di droga e night club, e anche per la rapina alla suore della casa Madre Maria Cocco a Sant'Andrea Frius.
IL BLITZ I Batzella e Mereu avevano effettuato diversi sopralluoghi nella ditta Podda e sotto la casa del fondatore dell'azienda in pieno centro a Cagliari, studiato vie di fuga, metodi di prelevamento, covo in cui custodire l'ostaggio, mezzi per comunicare con la famiglia. Doveva essere un sequestro lampo: inizialmente avevano pensato di prendere il patriarca, poi si erano resi conto che era più difficile da mantenere e comunque cambiava spesso orari di viaggio verso l'azienda. A volte si muoveva già alle 4 del mattino. Ed era proprio lui ad avere l'immediata disponibilità del denaro, forse addirittura sette milioni. I banditi si sarebbero accontentati di 5, quindi erano passati al figlio Alessandro. Già rubati i mezzi da utilizzare per il trasporto (un furgone e alcune auto) e procurate le armi, i Batzella dovevano appostarsi sotto l'abitazione della vittima, bloccarla di primo mattino in garage per non essere visti e fuggire verso Sestu dove c'era la prigione. Da lì avrebbero portato le richieste alla famiglia: ordini già pronti, scritti con un ormografo su sei o sette foglietti per impedire che le forze dell'ordine risalissero alla loro identità e che dovevano essere consegnati da Mereu, amico da decenni di Gianfranco Batzella - sono vicini di casa ed entrambi frequentavano il locale Babilonia ad Assemini - e in crisi economica: nel piano doveva indossare i panni dell'intermediario che, minacciato dai sequestratori, doveva salvare la propria famiglia prelevando i soldi e consegnandoli ai banditi. Per rendere più credibile il tutto, i Batzella avevano esploso una fucilata contro la sua abitazione (episodio premurosamente denunciato in caserma a Sestu) e gli avevano lasciato quattro cartucce nel porta oggetti della sua auto. L'ostaggio doveva rimanere nell'appartamento di via Cadorna ed essere custodito dallo stesso Mereu, ma Gianfranco - dopo la tragica fine di Gianluca Carta, che a suo dire doveva essere solo sequestrato e invece era stato ucciso da Niveo - aveva posto la condizione tassativa di pensare in prima persona alla vittima.
RIVELAZIONI Non si era arrivati a tanto, perché il 20 febbraio non era accaduto nulla e il successivo aprile lui e lo zio erano finiti in cella per la rapina all'istituto delle suore. Guarda caso, proprio quel giorno era stata ritirata la scorta ad Alessandro Podda. «Ma l'idea del rapimento forse era stata abbandonata prima», ha spiegato ieri Angrisani, «avevamo 25/30 uomini che giornalmente giocavano con loro al gatto col topo. Un'azione che non è passata inosservata». Poi Gianfranco Batzella ha iniziato a parlare e il cerchio si è chiuso. Forse: potrebbe esserci anche un quarto complice. Domani gli interrogatori di garanzia in carcere.
Andrea Manunza
