Partecipa a labarbagia.net

Sei già registrato? Accedi

Password dimenticata? Recuperala

L'unione sarda. Pale eoliche, beffa in mare «Uno spreco dannoso e inutile»

Gli esperti: impianti da bloccare, nell'Isola c'è surplus di energia

Condividi su:

Sei progetti per altrettanti parchi eolici nel Golfo di Cagliari, uno nel mare della selvaggia - e protettissima - Asinara, per non parlare di quello proposto a S'Archittu, nell'Oristanese. Impianti e rotori in grado di generare migliaia di kilowatt all'ora. Eppure la Sardegna produce da tempi non sospetti (almeno dal 1997) più energia elettrica di quella che serve all'Isola. E dunque una parte della corrente arriva oltre il Tirreno grazie al cavo Sapei - acronimo di Sardegna penisola Italia - e viene distribuito nel resto del Paese, a seconda delle richieste. Nel 2011 nell'Isola sono stati prodotti 11.793,3 Gigawatt/ora. Circa il 10 per cento in più di quello che ci servirebbe.
IL DOCENTE «In alcune ore della giornata la produzione supera la richiesta di elettricità», spiega Fabrizio Pilo, docente cagliaritano di Sistemi elettrici per l'energia. Ecco perché spesso, anche in momenti in cui il vento può generare corrente, i rotori dei parchi eolici - che rappresentano il 10 per cento della produzione complessiva - vengono bloccati. A controllare il sistema è Terna, che gestisce la rete elettrica nazionale. E visto che l'energia non si può accumulare, è inutile immetterla nel mercato. Inoltre, anche se ci fosse una domanda maggiore, difficilmente la Sardegna riuscirebbe a sfruttare questo surplus meglio di quanto fa già ora: per “vendere” l'energia prodotta da nuovi impianti servirebbe un altro collegamento subaqueo con la Penisola.
LE ALTRE FONTI Non solo. La nostra Regione sarebbe comunque condannata a utilizzare le centrali elettriche a carbone e petrolio, cioè quelle tradizionali: «Impianti di questo tipo non possono essere accesi e spenti con facilità. Al momento sono quelli che garantiscono la stabilità del sistema. Si può diminuire la loro produzione a regime. Ma non si potranno eliminare», spiega Pilo.
I GESTORI Ricapitolando: si punta sull'energia eolica e sulle rinnovabili, a inquinamento zero, però non possiamo fare a meno delle vecchie centrali. E quando l'Isola, come spesso succede, produce più elettricità di quanto chieda il suo territorio e il resto d'Italia, la prima cosa che si fa è bloccare le pale eoliche. I gestori però non perdono soldi: «C'è una remunerazione nel caso Terna ordini di bloccare gli impianti. E' un metodo utilizzato anche in Germania». Dove però l'energia da fonti rinnovabili ha percentuali ben più alte: «Potremmo arrivare anche noi a quei livelli, con una programmazione a dieci anni. Bisogna lavorare sull'accumulo dell'elettricità e sulla riduzione dei consumi», dice il professore.
Nel frattempo, circa il 10 per cento della produzione totale di energia in Sardegna è legata alle pale eoliche. Curiosamente, proprio l'eccedenza ai nostri bisogni. Perché le centrali termoelettriche continuano ad andare allo stesso regime di prima: circa 2.630 Megawatt /ora.
PROPOSTA E allora: come mai i signori del vento continuano a puntare sull'Isola? La deputata del Pd Caterina Pes propone una legge per regolare meglio il settore: «La nostra terra non può essere continuamente oggetto di assalti da parte di chi vuole sfruttarla economicamente. Noi sardi dobbiamo poter dire la nostra quando soggetti più o meno rispettabili vogliono utilizzare il nostro territorio e le sue risorse ambientali per trarne qualsiasi profitto».
Attualmente, i progetti di eolico offshore «sono inquadrati, sotto il profilo normativo, in un contesto che pone le Regioni e le autonomie locali in un ambito decisamente di secondo piano. Le competenze sono limitate alla fornitura di pareri non vincolanti». Insomma: a parte le norme del Piano casa, che rendono sostanzialmente impossibile il collegamento degli impianti alla terraferma, i paletti sono deboli. La proposta di legge della parlamentare sarda punta invece a dare «la competenza della valutazione di impatto ambientale alle regioni litoranee».
Michele Ruffi

Condividi su:

Seguici su Facebook