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L'unione sarda. I commissari? «Non era l'esito che volevamo»

Busia controcorrente

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«L'esito referendario è stato chiaro e non interpretabile: cancellazione di tutte le Province. Era, ed è chiaro, a tutti che la soppressione non poteva avvenire con un colpo di spugna ma sarebbe stato opportuno tracciare un percorso trasparente di trasferimento di funzioni e competenze, oltre che di risorse, ad altre istituzioni per la gestione dei servizi, siano essi i Comuni, le loro unioni o enti di secondo livello che dir si voglia». È il parere dell'avvocato Anna Maria Busia, animatrice dell'associazione culturale “Cambial@mente” che interviene nel dibattito aperto subito dopo il commissariamento delle cinque province. «È passato un anno e la solita politica ha optato per la spartizione delle poltrone. Non volevamo che lo strumento referendario fosse usato per defraudare maggioranze legittimamente elette, non volevamo privare territori importanti di avere voce, volevamo un percorso di riforma del sistema degli enti locali che mettesse al centro i bisogni dei cittadini e non dei partiti, razionalizzasse la spesa per investire sui bisogni reali e non sulle poltrone». Secondo l'avvocato, già in prima linea nella campagna referendaria tra le fila dei Riformatori, «i commissariamenti "politici" di maggioranza hanno di fatto gettato nel caos la Sardegna. I referendum non avevano l'obiettivo di ricostituire una vecchia centralità di alcuni territori a svantaggio di altri, ma una più equa gestione della spesa che andava a perdersi nelle indennità, gettoni e rimborsi dei carrozzoni politici». Da questo punto di vista, prosegue, «fa scuola l'esito dei commissariamenti delle Asl. Dovevano portare alla loro riforma e invece sono stati usati per consumare vendette politiche e utili sostituzioni».

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