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L'unione sarda. Il pm: «Ucciso dal fratello»

Omicidio volontario, Enrico Pani martedì davanti al gup

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L'appartamento era sottosopra, le pareti chiazzate di sangue, il cadavere steso a pancia in su in bagno con la testa sfondata. Indosso aveva una maglietta e le calze. A un passo, il water era rotto e intinto di rosso. Proprio lì probabilmente era stato portato a termine il lavoro, feroce nell'esecuzione, misterioso negli autori. Era il 10 dicembre 2008 quando gli uomini del 118 e i carabinieri, percorse due alla volta le scale dell'abitazione in via Eleonora D'Arborea 55 a Cagliari, si erano trovati davanti una scena di morte e violenza: il corpo senza vita di Giancarlo Pani, 55 anni, era quasi irriconoscibile e l'aria del locale ormai irrespirabile. Il decesso era avvenuto due giorni prima e nessuno fino ad allora aveva lanciato l'allarme. Tracce dell'assassino, nessuna. Chi aveva ucciso quel pensionato che per tirare avanti svolgeva qualunque lavoro gli capitasse tra le mani?
L'OMICIDIO Un giallo durato cinque anni e che ora è arrivato a una svolta forse decisiva. L'inchiesta è tornata all'ipotesi di partenza: il responsabile di quella morte sarebbe Enrico Pani, fratello della vittima. L'uomo che, preoccupato dalle 48 ore di inusuale silenzio del congiunto (così aveva detto agli investigatori), era andato a trovarlo facendo la macabra scoperta e chiamando per primo i soccorsi. Versione ritenuta falsa dal procuratore aggiunto Gilberto Ganassi che, dopo accurati accertamenti tecnici, oltre 140 interrogatori, buchi nell'acqua e due indagini medico-legali, ne ha chiesto ufficialmente il rinvio a giudizio per omicidio volontario. Il delitto sarebbe maturato al termine dell'ennesimo litigio dovuto alle differenti vedute sulla necessità o meno di vendere l'appartamento. Giancarlo era contrario, l'imputato spingeva per cedere. Così, la notte tra l'8 e il 9 dicembre, i contrasti - confermati da diversi testimoni - erano sfociati in una scarica mortale di calci e pugni. Una conclusione clamorosa che passa sopra i dubbi emersi durante indagini molto difficili e, soprattutto, scarta le conclusioni del primo medico legale (il quale parlava di un decesso dovuto forse a una grave insufficienza respiratoria) per abbracciare quelle del secondo professionista (morte violenta). Poiché l'unico che ha sempre avuto un ipotetico movente - la cessione della casa, poi arrivata nell'estate 2009 per 140 mila euro - ecco la chiusura dell'indagine, la richiesta di giudizio e anche la fissazione della data d'udienza, il 23 luglio, davanti al giudice per le udienze preliminari Giuseppe Pintori.
LE PROVE In quella sede si scoprirà quali prove abbia raccolto la Procura: elementi ritenuti tanto solidi da poter mandare a processo o far condannare l'imputato (a seconda del rito che sceglierà l'avvocato difensore Andrea Biccheddu) e che fino a qualche tempo fa erano evidentemente incompleti e insufficienti, se è vero che sono dovuti passare cinque anni prima di arrivare a questo appuntamento. I problemi sono sempre stati legati alla totale assenza di tracce di Enrico Pani nell'appartamento in cui era stato ucciso il fratello. Il Ris dei carabinieri aveva escluso che lì dentro ci fosse stata una violenta lite: gli accertamenti tecnici non avevano messo in evidenza la presenza di qualcuno diverso dalla vittima. Ma la casa era a soqquadro e imbrattata di sangue e allora si era pensato a un pestaggio consumato all'esterno, con successivo trasporto del corpo all'interno. Però anche nelle scale non era stato trovato sangue. Inoltre il medico legale Roberto Demontis nel novembre 2011 aveva concluso sostenendo che all'origine della morte poteva esserci stata un'insufficienza respiratoria grave. Il disoccupato forse si era sentito male e poiché nell'appartamento non c'era corrente elettrica forse aveva vagato nel buio in cerca d'aria, aveva sbattuto sullo specchio della camera da letto procurandosi diverse ferite e rovesciando i mobili fino ad accasciarsi nel bagno cadendo sul water e rompendolo. A quel punto aveva perso le forze, non aveva neanche un telefonino per chiedere aiuto ed era morto dopo una lunga agonia. Il medico aveva anche aggiunto che difficilmente un decesso per emorragia interna potesse essere compatibile con un pestaggio avvenuto ore prima.
PORTE E FINESTRE Il sangue che aveva macchiato la casa, però, poteva non essere il frutto delle conseguenze di quel malore improvviso. Inoltre la porta era chiusa dall'interno, come le finestre, quindi nessuno aveva scassinato l'ingresso. Nel caso, la vittima conosceva l'assassino e l'aveva accolto in casa. Insomma, l'omicidio non era escluso.
L'ALTRA PERIZIA Così il pm ha voluto ulteriormente approfondire e ha deciso di affidare una seconda consulenza a Elena Mazzeo, dell'istituto di medicina legale di Sassari. La professionista è arrivata a conclusioni opposte: non di morte naturale si è trattato ma di omicidio. Su quali basi, si capirà meglio martedì.
Andrea Manunza

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