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L'unione sarda. Soru si difende a tutto campo: «Le mie sono mani pulite»

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di GIORGIO PISANO
Renato Soru è un brivido che corre lungo la schiena del Pd: si candida, non si candida? Fino a venerdì mattina della scorsa settimana, quando si è svolta questa intervista, la risposta era chissà. La sera, invece, durante la direzione del partito, ha annunciato che rinuncia. Previsioni per i prossimi giorni? Non pervenute. Il bollettino meteo potrebbe riservare sorprese.
Cinquantacinque anni, quattro figli, laurea in Economia, una volta Soru veniva chiamato sui giornali mister Tiscali. Aveva invaso, internettianamente parlando, la Repubblica ceca per poi tornare in Italia e scoprire il fascino irresistibile della discesa in campo. «Ma non sono entrato in politica per fare affari». Sotto accusa per aver favorito i pubblicitari Saatchi & Saatchi quand'era presidente della Regione, è stato assolto in primo grado e in Appello. Attualmente ha almeno tre problemi: uscire indenne dall'ultima rogna giudiziaria che l'affligge, evitare il naufragio della sua azienda, decidere come tornare politicamente in gioco.
Carattere difficile.
«Se lo dicono dev'essere proprio così».
Ecco perché si racconta del lancio di posacenere.
«Durante una riunione della giunta regionale, giusto? Non è assolutamente vero. È una calunnia, una delle tante sul mio conto».
Governatore dal 2004 al 2008: si dia la pagella.
«Impegno totale. Credo di aver percorso strade di innovazione della pubblica amministrazione, affrontato temi di grande attualità: taglio dei costi, digitalizzazione. Penso di essermi mosso nel segno della sobrietà. Ho molto rispetto del danaro pubblico».
Un errore che non rifarebbe?
«Candidarmi alle primarie del Pd, parlo ovviamente del passato: mi rendo conto d'aver spaventato troppe persone. Era un gesto che annunciava l'allontanamento definitivo da un certo modo di far politica. Tant'è che gran parte del centrosinistra mi si è schierato contro».
Quanti l'hanno abbandonata per strada?
«Sorprendentemente non molti. Buona parte di quelli che mi hanno sostenuto all'inizio sono ancora al mio fianco».
Uno di quelli che se n'è andato sbattendo la porta è il presidente di Sardegna democratica.
«Ha sbattuto la porta? Dev'esserci stata un'incomprensione ma non ho ancora capito perché l'abbia fatto».
Per un articolo censurato dal suo giornale, Sardegna 24.
«Questo è quello che ha dichiarato l'onorevole Massimo Dadea».
I suoi nemici: L'Unità, fondata da Gramsci, affondata da Soru.
«Non mi pare sia affondata. Nel 2008, nei giorni caldi della campagna elettorale di Walter Veltroni, stava portando i libri in Tribunale. Bisognava salvarla. L'ho fatto perché non volevo morisse una testata storica».
Tentazione forte le primarie del centrosinistra.
«Non ora. Quando sono entrato in politica attiva, vivevo un'importante avventura imprenditoriale e avevo mille altre occasioni. Credo però che nella vita di ciascuno debba esserci un senso di utilità collettiva: per questo e solo per questo mi sono candidato. In totale onestà e buona fede».
Non tutti la pensavano così.
«Le opinioni del ceto imprenditoriale e di qualche personaggio locale non mi interessavano. Volevo proporre una visione nuova e concreta per il futuro».
Dunque niente bis.
«Fosse per me avrei detto subito no ma debbo una spiegazione a quelli che vorrebbero non lasciassi. La politica è cambiamento, mi piacerebbe vedere emergere una classe dirigente nuova».
Codice etico: pare fatto apposta per farla fuori.
«Non credo, anche perché se stiamo al Codice etico potrei entrare a testa altissima nella prossima competizione elettorale».
Beh, lei è rinviato a giudizio per evasione fiscale.
«L'esclusione è prevista per chi deve rispondere di reati gravi. Eppoi, io non sono nemmeno rinviato a giudizio per evasione fiscale: il fatto è che ho avuto un accertamento per somme obiettivamente rilevanti e dunque dovrò andare a processo. Sarà la volta buona per dimostrare che non ho avuto nessuna responsabilità, nessuna colpa».
Ha proposto una transazione all'Agenzia delle Entrate: non è un'ammissione di colpa?
«Direi di no. Io non ho nascosto al fisco deliberatamente neppure un euro. L'azionariato di Tiscali faceva capo a me nominalmente per l'80 per cento. Poi c'era una piccola società inglese, regolarmente dichiarata alla Borsa italiana, dovuta al fatto che lavoravo anche all'estero. Quand'ero presidente della Regione ho commesso due errori di modestissima entità nella dichiarazione dei redditi...».
Torniamo alla società inglese.
«Quando sono rientrato in azienda dopo l'esperienza politica, ho trasformato in azioni un debito che quella società aveva nei confonrti di Tiscali. Questa operazione è stata considerata dal fisco un reddito, anche se io non ho percepito denaro in nessun modo».
Se pensava d'avere ragione, perché non ha presentato ricorso?
«Avrei potuto farlo, ricorrere in Commissione tributaria. Ma questo avrebbe comportato anni d'attesa e nel frattempo stare nel tritacarne dei giornali. Forse sbagliando ho preferito rinunciare e chiudere con una transazione. Escludo però che danaro non percepito possa essere considerato reddito».
Lei è indagato assieme a sei dirigenti di Tiscali anche per altro.
«La può raccontare così, se vuole: la censura giudiziaria fa parte dei rischi naturali di chi fa impresa in materia societaria. Dopo una denuncia alla Consob, ci sono stati tre anni di indagini sui nostri bilanci. Credo sia emersa la correttezza del mio comportamento e abbandonato definitivamente il sospetto di aggiotaggio».
Torniamo alle Regionali: Pd a pezzi, è in corso una guerra per bande.
«Il partito non è certamente riuscito a fare quello che si era proposto: dare contenuti moderni a un'idea antica, al desiderio di giustizia sociale, al bisogno di attenuare le diseguaglianze. Credo sia un sogno possibile ma il Pd sembra perso in piccole battaglie di retroguardia, nelle miserie di chi sta tentando solo di mantenere poteri acquisiti».
Cappellacci ha governato bene?
«È stato un disastro. Un disastro nelle Entrate della Regione: aveva un assegno in mano e non ha avuto il coraggio di presentarlo all'incasso. Grazie a lui, i sardi hanno perso cinque miliardi di euro: sarebbero serviti a sanare ritardi infrastrutturali, aiutare i Comuni, migliorare la scuola, creare posti di lavoro».
Tutta colpa sua?
«Il suo è stato un fallimento a tutto campo. Non abbiamo più la continuità territoriale aerea per Roma e Milano, tanto meno abbiamo conquistato quella marittima nel momento in cui Tirrenia è stata privatizzata».
Si è parlato di flotta sarda.
«Un falso mito. Cappellacci ha buttato a mare diciannove milioni di euro riuscendo a trasportare appena il 3-4 per cento del movimento-passeggeri precedente. Ha fallito nel settore delle politiche energetiche e in particolare di quelle alternative. In campagna elettorale era un fan del nucleare, poi ha cambiato idea e si è ritrovato a Suelli a discutere di fonti rinnovabili con Marcello dell'Utri, Flavio Carboni, Denis Verdini. Non credo fosse un incontro di slow food».
Niente di positivo?
«Nella prima legge finanziaria, ha cancellato le regole che aveva imposto la mia Giunta per salvare la Sardegna dalla speculazione. Ha lasciato mani libere a chiunque. I sardi stanno pagando due volte, nelle bollette mensili, l'insipienza dell'amministrazione regionale. Sapete che Terna tiene aperte centrali per produrre energia che non viene consumata? Indovinate chi la sta pagando? Noi, grazie alla Regione».
pisano@unionesarda.it

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