di Fabio Manca
Se volete sapere qualcosa di Maria Montagna chiedete all'ospedale Oncologico. O al Brotzu. O alla parrocchia di San Giovanni Evangelista, a Quartu. Vi racconteranno che è una benefattrice, anzi una filantropa. Una donna che ha conosciuto dolori atroci e qualche gioia, che è sprofondata all'inferno ed è risalita verso il paradiso arrampicandosi con le unghie nelle montagne della vita. Che si è arricchita sudando per decenni e poi ha aiutato poveri, anziani e ammalati. Al Businco, per dire, ha regalato un Sequenziatore automatico, una costosa apparecchiatura necessaria a svolgere esami di biologia molecolare utili a fare con grande precisione diagnosi di malattie oncoematologiche. A Quartu ha costruito e regalato una sala ricreativa per anziani in via Cecoslovacchia, al Brotzu ha finanziato l'acquisto di una serie di presìdi chirurgici fondamentali per l'utilizzo del robot da Vinci con cui si effettuano trapianti di rene e interventi alla prostata. All'hospice di via Jenner ha donato un sistema di filodiffusione che consente ai malati terminali di sentire la messa dal proprio letto.
Maria Montagna ha 87 anni e una vita intensa da raccontare. Nata a Sinnai, orfana di padre, nel '43, a 16 anni, fu data in sposa a un compaesano. Il marito («un uomo assente che non fece mai nulla e mi picchiava») la lasciò a 25 anni con tre figli piccoli da sfamare (un altro morì di broncopolmonite a sette mesi) e un'altra in grembo. Lei, che per campare già aveva messo su un commercio di cereali, si rimbocca le maniche e moltiplica i suoi sforzi. Lavora duro anche pochi giorni prima e dopo il parto. È una donna forte, la prima a prendere la patente a Sinnai («mi comprai una Balilla rossa») nel '53, ha spirito imprenditoriale. Quell'anno apre una bottega di alimentari a Quartu, in via Merello, fa buoni affari. Il 15 agosto del '54 il marito, mentre lei è al lavoro, porta si via Flavio, il primo figlio maschio, pochi giorni dopo il secondo, Livio. «Vogliamo stare con papà », le fanno sapere. Lei sostiene che si tratti una sorta di ricatto del marito che voleva tornare a stare con lei. Dice no («ne avevo passato troppe») e si rivolge a un avvocato, che le consiglia di desistere: «Conta la volontà dei bambini», mi spiega, «e se lei non vuole più suo marito perde i diritti anche sui figli». Lei chiede di vederli, ma non le viene consentito. Qualche mese dopo scopre che i figli sono stati mandati in un orfanotrofio. «Andavo di nascosto a vederli giocare, ma il dolore per non poterli abbracciare era troppo grande».
Così progetta l'omicidio del marito. «Ero furente. Avevo deciso che lo avrei aspettato davanti a casa e gli avrei sparato con il fucile da caccia di mio padre». Prima, avrebbe mandato una lettera al ministero della Giustizia, a Roma, per spiegare le ragioni del suo gesto. Un ispettore del commissariato di polizia al quale si rivolgeva spesso la convince a desistere. Allora decide di partire. «Essere vicina ai miei figli e non poterli vedere era una tortura». Chiede all'ispettore di rilasciargli quattro passaporti per lei, sua madre e le due figlie. Ma per far espatriare le bambine serve il via libera del marito. Impossibile. Allora decide di partire con la madre e di affidare le figlie a una famiglia di conoscenti. Vende il negozio, l'auto, i terreni e si imbarca, destinazione Digione, Francia. È l'8 giugno del '55. Da lì indirizza una lettera a un amico monsignore: «Lascio l'Italia, nessuno conoscerà la mia destinazione. Cura bene i miei figli e ricorda, non sono morta».
A Digione studia il francese e la quantità di Diritto necessaria a muoversi tra le leggi d'oltralpe. Compra una grande casa, la ristruttura e realizza cinque appartamenti: uno per lei e la madre e gli altri da affittare. La accolgono bene, la chiamano Marie-Lou e per tutti e madame Montagna . Trova un lavoro come assistente sociale: «Dovevo aiutare le famiglie disunite, gli anziani, le madri nubili. Chi più di me poteva capirli». Torna spesso in Sardegna per vedere di nascosto i suoi figli.
Dopo 13 anni ha un incidente sul lavoro che la lascia quasi paralizzata per tre anni e le dà diritto a smettere di lavorare e avere una pensione. I figli intanto si sistemano: trovano un'occupazione, si sposano, costruiscono famiglie. «Ero felice per loro ma continuavo a soffrire di solitudine, ero triste. Sono morta e rinata tante volte, a Digione»:
Il 7 novembre del '71 scopre che in Italia è stata promulgata la legge sul divorzio. La sera stessa prende l'aereo, va dal suo avvocato e fa le pratiche. Durante quel viaggio scopre suo marito aveva detto alle sue figlie che era morta. Sei mesi dopo ottiene il divorzio. Poco dopo i figli chiedono di incontrarla. Li incontra nello studio del suo avvocato. È il 16 dicembre del '71. «Fu un momento bellissimo». Da allora si rivedono più volte all'anno in Italia o in Francia. Lei nel frattempo continua a fare affari. Compra appartamenti a Orvieto, dove abita una zia suora, una grande casa a Quartu, dove vive, ristruttura una casa campidanese e realizza sette appartamenti, in alcuni dei quali fa vivere i figli e qualche nipote. Ma il rapporto con Flavio, Livio, Italina e Bonarina nel tempo diventa complicato, teso, ha l'impressione di essere usata come un salvadanaio.
Nove anni fa, dopo circa cinquant'anni in Francia, Maria è tornata a Quartu. Il suo fiuto per gli affari le ha dato ricchezza, non la felicità che riteneva di meritare. «Oggi so che i soldi consentono di comprare un tetto, non il sonno; i libri non l'intelligenza; le medicine e non la salute. Puoi acquistare tutto, non una famiglia». C'è amarezza nelle sue parole, un dolore che ha voluto rendere indelebile in due libri dove racconta la sua vita e il rapporto interrotto con quei figli che ha amato e dai quali dice di non essere ricambiata. Forse perché condizionati dai racconti del padre. «Non avete mai voluto conoscere la mia storia, avete chiuso la serratura della mia e delle vostre anima». Per questo ha deciso di usare i suoi soldi per alleviare le sofferenze altrui. «C'è una cosa che vorrei comprare ma non posso: la vita eterna».
