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L'unione sarda. Un prete che canta fuori dal coro

CHI È. Ritratto di un religioso che ha deciso di dedicare la vita agli ultimi della Terra

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Dopo brillanti studi di Teologia, Scienze dell'Educazione, Psicologia e Pedagogia (quattro lauree, tanto per intenderci), don Ettore Cannavera ha iniziato la sua carriera da religioso in Vaticano. «Ero a un passo dall'entrare nella diplomazia della Santa Sede. Poi, mi sono convertito». Di più, stava per lasciare la Chiesa.
Ha visto da vicino impiegati travestiti da preti, affaristi, religiosi dediti al potere. È scappato a gambe levate da Roma e si è rifugiato nel deserto. «In un'oasi vicina al villaggio di Abeni Abec, tremila chilometri a sud di Algeri». Deserto vero, non quello da cartolina raggiungibile in fuoristrada. Ospite dei Piccoli Fratelli, un ordine religioso composto da persone che svolgono i lavori più umili, e solo quelli. «Là ho capito che dovevo dedicare la mia vita ai poveri, agli ultimi della Terra, a chi soffre». E nel 1974, alla periferia di Serdiana ha fondato la comunità la Collina, su un terreno di famiglia, ottenuto grazie alla generosità dei fratelli, che hanno rinunciato alla loro parte.
Difficile dire no a don Ettore. Ti guarda dritto negli occhi, ti sorride, e se gli parli, magari interrompendolo poco urbanamente, si zittisce e ti ascolta sino all'ultima parola. Perché questo prete colto, generoso, inattaccabile sotto ogni punto di vista, ha il grande pregio di saper ascoltare.
Sarebbe curioso vederlo impegnato in campagna elettorale. Che cosa gli rinfaccerebbero i suoi avversari? La sua pensione da millequaranta euro di ex insegnante? La sua decisione di non possedere nulla? La rinuncia alla diaria che viene riconosciuta ai preti? La sua rettitudine morale? Direbbero che è un prete marxista, forse, e che sta a contatto quotidiano con i diseredati e, addirittura, i musulmani.
Certo, non è un prete come tutti gli altri. I matrimoni gay non lo scandalizzano e neanche l'uso del preservativo per evitare le malattie sessualmente trasmissibili (sospensione a divinis). Ah, sì, un peccato ci sarebbe. Quando, ormai molti anni fa, era parroco a Santa Margherita di Pula, il suo amico medico, Franco Oliverio, gli portò in chiesa alcuni tossicodipendenti bisognosi di aiuto per uscire dal tunnel della droga. Egli li accolse e ai parrocchiani scandalizzati disse: «Voi potete andare, loro restano con me».
Iv. P.

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