di IVAN PAONE
Non succede, ma se succede... Se don Ettore Cannavera, prete a dir poco originale, decide di accettare la proposta che gli hanno fatto alcuni amici, la politica sarda non sarà più la stessa. Don Ettore ci sta pensando e se dal Vaticano arrivasse una sorta di silenzio-assenso, si candiderebbe alle elezioni regionali del prossimo febbraio. «Non guardo né a destra né a sinistra», avverte Cannavera. Semmai in alto. «Interpellerò il mio Maestro», dice alzando gli occhi, e non ci vuole molta fantasia per capire a chi si riferisca.
I primi passi li ha mossi. I suoi sostenitori hanno avuto un colloquio con l'arcivescovo di Cagliari, Arrigo Miglio, che però li ha rimandati alle alte sfere del Vaticano. E così si sono rivolti a monsignor Giovanni Antonio Becciu, vice del segretario di Stato Tarcisio Bertone. «Sono in attesa di un segno», dice don Ettore con un sorriso che ti rapisce.
Don Ettore, come è nata questa pazza idea?
«Mi ha contattato il mio amico Paolo Fadda. Poi ho avuto una sollecitazione anche da parte di altri. Mi hanno fatto riflettere».
Non ci sono precedenti in Sardegna di preti candidati, a livello nazionale Gianni Baget Bozzo finì al Parlamento europeo. Lei ci sta pensando?
«Sì, per la prima volta seriamente. In passato ero stato invitato a candidarmi per la carica di sindaco di Cagliari e di presidente della Provincia. Allora, avevo buttato giù la cornetta prima che l'interlocutore finisse di parlare».
E questa volta?
«Ho ascoltato sino in fondo, perché mi chiedo: ma dove siamo finiti? Forse, la mia missione è di fare qualcosa per la mia terra».
Allora correrà per le Regionali?
«Ci sono tre motivi che mi frenano. Primo: sono un prete. Secondo: devo pensare alla mia comunità La Collina. Terzo: mi mancano le competenze per fare il presidente della Regione».
Vediamoli uno per uno.
«Qualcuno ha chiesto al mio arcivescovo e poi a monsignor Becciu una dispensa. Altrimenti, rischio la sospensione a divinis».
Sarebbe la seconda.
«La prima la ricevetti quando difesi l'uso del preservativo per evitare il diffondersi dell'Aids. Sono pronto a rinunciare a tutto, ma non alla possibilità di dire messa la domenica in carcere, a Buoncammino. Ecco perché, senza il beneplacito del Vaticano, non mi candido».
E poi c'è La Collina.
«Mi hanno detto che ormai è un meccanismo lubrificato, che va da solo. Mi hanno promesso aiuto. Insomma, è un problema superabile. L'importante è che abbia il tempo per la preghiera comunitaria del giovedì».
Niente messa in comunità ?
«No, no. Ci sono cattolici e musulmani. Ci ritroviamo in un luogo ibrido, un mix di cappella e moschea. Leggo un passo del Vangelo, uno del Corano e poi li commento».
Straordinario.
«I ragazzi ascoltano, parlano, è un momento di riflessione. Non ci rinuncio».
E siamo alle competenze.
«Che ne so io di come si fa il presidente della Regione? Mi hanno spiegato che si può ovviare con uno staff serio, onesto e competente».
Un lavoro di squadra.
«Sono profondamente convinto che questa sia la strada giusta. Io potrei fare la sentinella, come dice Isaia, dell'onestà e della politica come servizio per il popolo».
Questo è un punto dolente. La politica di adesso è tutt'altra cosa. Condivide?
«Sì. La politica ora è arricchimento, carrierismo e sistemazione dei parenti».
Che cosa propone per cambiare le cose?
«Chi viene eletto percepisca lo stesso stipendio che prendeva prima, non un euro di più. E poi, nessuna assunzione sino al decimo grado di parentela».
Bussare alla sua porta per chiedere una raccomandazione sarebbe problematico.
«Ascolterei tutti, aiuterei tutti ma nei limiti del giusto e della legalità , senza alcuna eccezione».
Tornando alle competenze, lei ne ha infinite nel campo delle politiche sociali. Come potrebbe essere utile?
«Ecco, forse, questa è una strada più percorribile. Se la prossima Giunta regionale mi chiamasse, risponderei presente».
Per fare che cosa?
«Bisogna aiutare gli ultimi, per questo serve la politica. E badate che adesso, con la drammatica crisi che stiamo vivendo, di ultimi ce ne sono moltissimi».
Più in generale, in che modo cambierebbe la Sardegna?
«Primo: lavoro per tutti. Non è solo una questione di stipendio, ma anche di dignità della persona. Sentirsi inutili è drammatico, almeno quanto l'impossibilità di dare da mangiare alla propria famiglia. Puntiamo su agricoltura e turismo, le nostre ricchezze. Secondo: snidare il disagio sociale che non appare. Ci accorgiamo delle devianze, la droga per esempio, ma non della depressione. E ce n'è tanta, soprattutto di questi tempi. Diamo una speranza ai nostri giovani, un senso alla loro vita. Terzo: cultura, scuola e formazione professionale».
A questo proposito, la formazione professionale è un carrozzone.
«Uno spreco di denaro. Ho litigato per rivedere il programma Lav-ora della Regione. Sembrava costruito più per i docenti che per i ragazzi».
Come è andata a finire?
L'assessorato ha accolto le mie richieste».
Lei dialoga con tutti. Ma è di destra o di sinistra?
«È una distinzione che non mi interessa. Sono aperto a tutti. Se scenderò in campo, chi vuole stare con me è il benvenuto. Ma sono importanti i principi».
Tipo?
«Una squadra preparata, un programma serio, nessun compromesso, onestà , trasparenza, altruismo».
I politici non brillano per queste virtù, come riuscirebbe a conviverci?
«Convivo con ladri e assassini, non è questo il problema. In ogni uomo c'è il bene, basta farlo emergere. I politici dovrebbero convertirsi e mettersi al servizio delle persone. Questa è l'essenza del potere: occuparsi dei bisogni della gente».
Lei trova il bene in ciascuno di noi, è il segreto della sua comunità ?
«Esatto. La Collina ha una recidività del quattro per cento, il carcere minorile di Quartucciu del settanta. Quindi, che ce li teniamo a fare i ragazzi dietro le sbarre? Io dico che il carcere minorile è il liceo della delinquenza, Buoncammino l'università . Meglio le misure alternative».
Il Governo sta studiando un pacchetto di proposte che vanno in questa direzione.
«Esatto. Torno adesso da Roma, dove per tre giorni ho incontrato il sottosegretario della Giustizia e dell'Interno proprio su questi temi».
Come è andata?
«A parte il fatto che ho dovuto mettere la giacca, bene. Ho spiegato loro come con duecentomila euro all'anno accolgo dodici ragazzi, mentre a Quartucciu lo Stato ne spende ottocentomila per sette».
Questa sì che è spending review.
«Con il recupero fuori dal carcere, lo Stato risparmierebbe e ci sarebbero meno giovani che tornano a delinquere una volta espiata la pena».
Lei ha l'aria di uno che non molla. Quali sono i suoi rapporti con i politici?
«Sono un bel rompiscatole, lo ammetto. Spesso trovo sordi, altre volte persone disponibili. I politici che in famiglia hanno avuto qualche problema di devianza, un figlio, un nipote o anche un conoscente, sono più sensibili».
È vero che lei è attratto dalla Teologia della Liberazione dei preti sudamericani?
«Sì, perchè il Vangelo è liberazione. Non condivido, invece, una certa deriva guerrigliera della Teologia della Liberazione».
Quindi, non è un prete marxista?
«No, ma non ci sono dubbi che tra cristianesimo e marxismo i punti di contatto siano molti».
Che cosa guida la sua opera?
«In una mano tengo il Vangelo e nell'altra la Costituzione, che parla di diritto al lavoro, all'uguaglianza, di libertà , di crescita dell'individuo. Seguendo i principi del Vangelo e della Costituzione repubblicana si potrebbe costruire un'Italia migliore».
