La caccia al «papa straniero», al nome magico che mette tutti d'accordo, non lo convince. Arturo Parisi resta un fermo sostenitore delle primarie, e diffida delle operazioni che mirano a trovare la cosiddetta «sintesi unitaria». Il Prof appare freddo sull'ipotesi Cannavera, dà via libera al probabile sostegno dei renziani (cui è vicino) a Francesca Barracciu, che oggi dovrebbe annunciare la candidatura, e ironizza sulle voci che attribuiscono a Soru l'infatuazione per l'economista Giovanni Razzu, sorsese con cattedra in Inghilterra: «Chi vuol dare un contributo, alzi la mano. Ma la sua, non quella di un altro».
Parisi, il centrosinistra ha fissato la data delle primarie e ora cerca un nome unitario per non farle. Tutto normale?
«Sì. Finora si è svolto tutto come nella norma. Purtroppo. La verità è che il gruppo dirigente del Pd nelle primarie non ha mai creduto abbastanza».
Ma come, le fate solo voi.
«Non crede nelle primarie come strumento che consente agli elettori di scegliere tra progetti alternativi, e dare forza al progetto vincente. Da ciò i continui rinvii della loro indizione e le logoranti discussioni sulle regole. In Sardegna come a Roma».
Ma perché farle, se spuntasse un nome che convince tutti?
«Convincere tutti? Se questi “tutti” sono gli elettori del centrosinistra, non c'è altro modo di saperlo che consentirgli di dirlo. Se invece è la decina di persone che contano, si chiudano in una stanza e poi ce lo facciano sapere. Ma deciderlo in pochi e intestare questa decisione a tutti, proprio no».
Hanno senso primarie in cui ogni partito, o addirittura ogni corrente, presenta il suo nome di bandiera?
«Si deve evitare che le primarie si riducano a una conta e a un'occasione per sventolare la propria bandiera. Ogni candidato deve sapere che corre, in gara con gli altri, a chi rappresenta meglio l'unità della coalizione. Come alle elezioni, in cui chi si candida si propone come presidente di tutti i sardi».
Chi vorrebbe evitare le primarie dice che sarebbero un surrogato del congresso del Pd. Condivide questo timore?
«Se a contare è il potere dei partiti, ogni gara sarà pensata come occasione per impadronirsi di una parte, e attraverso essa pretendere di comandare tutti. L'unico modo per evitarlo è fare del congresso di ogni partito un'occasione per discutere i problemi di tutti, e non, come avviene oggi, il suo esatto contrario. Ogni riferimento all'ultima direzione del Pd è puramente casuale».
La convincono i nomi che sono circolati finora?
«Se potessi scherzare le direi che ci sono giorni che preferisco i cognomi che finiscono in U e altri nei quali sono tentato da quelli che finiscono in A. Un modo per dirle che a contare non è il suono dei nomi, né la sola personalità dei candidati, ma la proposta che ognuno avanza per uscire dalla crisi».
Si parla di un sostegno dei renziani sardi a Francesca Barracciu, lei approverebbe?
«Perché no? A decidere saranno tuttavia le proposte. Ma la precondizione di ogni proposta è la capacità di aprire un sentiero nuovo e quindi di rompere col passato. Anzitutto con l'assetto oligarchico che caratterizza l'attuale conduzione del Pd, che ha portato a sconfitte senza precedenti (sia nelle ultime Regionali che nelle recenti Politiche), su cui non è stata aperta alcuna riflessione».
Soru ha fatto un passo indietro, auspicando che altri lo imitino. È d'accordo?
«Io auspicherei invece che chiunque abbia idee per il nostro futuro ed energie da mettere al servizio della loro realizzazione faccia un passo avanti».
Crede che l'ex governatore tornerà davvero in campo, se gli altri non si ritireranno?
«Potrebbe e soprattutto dovrebbe farlo a prescindere dalle scelte altrui. Nella mia idea di politica chi pensa di poter dare una risposta ai problemi di tutti, alza la mano. Ognuno la sua, non quella di un altro».
Che cosa pensa dell'ipotesi Cannavera?
«Quel che ho letto sui giornali. Onestamente, troppo poco».
E di nomi come l'economista anglo-sardo Giovanni Razzu?
«Un altro segno della Sardegna che cresce. Se lui ha maturato un progetto, sono certo che lo metterà pubblicamente, e personalmente, a confronto».
Giuseppe Meloni
