Sembrava una norma anti-Cappellacci, in realtà era un paletto piantato per ostacolare qualsiasi governatore, presente e futuro. Stiamo parlando della regola, scritta nella nuova legge elettorale sarda, che vieta la ricandidatura al presidente che, dimettendosi, scioglie il Consiglio regionale. Al governo però quel divieto non piace. Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di fare ricorso alla Corte costituzionale: la norma limiterebbe un diritto fondamentale (quello di presentarsi alle elezioni) senza solide ragioni. Niente da ridire, invece, sull'assenza della doppia preferenza di genere: e anche questo farà discutere.
LA LEGGE La regoletta contestata era spuntata fuori con un voto segreto su un emendamento di Mario Diana, presidente del gruppo “Sardegna è già domani” (ma c'era un emendamento uguale dell'ex Idv Adriano Salis). Circolava allora la voce (poi smentita dal diretto interessato) di possibili dimissioni “tattiche” di Ugo Cappellacci, per provocare il voto anticipato. Il divieto di ricandidatura del governatore dimissionario scongiurava questo scenario.
E soprattutto modificava di molto l'equilibrio dei poteri tra presidente e Consiglio. Perché sterilizzava la minaccia (esplicita o meno) di mandare tutti a casa, che ha aiutato talvolta i governatori a forzare il consenso delle loro maggioranze.
IL RICORSO Solo che, secondo il Consiglio dei ministri, la norma è incostituzionale. Anzitutto perché crea «disparità di trattamento» tra le regioni: in passato la Corte costituzionale ha affermato che sulle ineleggibilità e incandidabilità resta una «esigenza di uniformità in tutto il territorio nazionale». Si può derogare solo per ragioni legate alla specificità di una regione, ma non è questo il caso.
Inoltre la delibera del governo ricorda che la libertà di accesso alle cariche elettive, in base all'articolo 51 della Costituzione, è un diritto politico fondamentale e inviolabile: l'incandidabilità è un'eccezione giustificata dalla «tutela di un altro interesse costituzionalmente protetto», per «motivi adeguati e ragionevoli» che, sempre secondo il Consiglio dei ministri, «mancano nel caso di specie».
REAZIONI «Ora il Consiglio regionale sarà chiamato a correggere questi vizi», prevede il deputato del Pd Francesco Sanna: «Approfitti dell'occasione anche per tornare sull'introduzione della doppia preferenza di genere». Sanna, nella scorsa legislatura, fu il relatore della legge che tagliò da 80 a 60 i consiglieri, inserendo nello Statuto speciale anche la previsione di norme per la «parità di accesso» al Consiglio: previsione tradita, secondo molti, dall'assenza della doppia preferenza uomo-donna nella legge elettorale. Per il deputato del Centro democratico Roberto Capelli, l'impugnativa «conferma i pasticci di questa Giunta e della maggioranza, dopo la figuraccia del voto segreto sulla parità di genere».
Però il no alla doppia preferenza non è contestato dal governo, come fa notare il capogruppo consiliare del Pdl Pietro Pittalis: «Il fatto che si impugni solo l'incandidabilità del presidente dimissionario, che era fuori dagli accordi tra i partiti, certifica che la legge è buona. Anche sotto il profilo delle pari opportunità, perché riserva a ciascun genere almeno un terzo dei candidati di ogni lista».
Adesso è probabile che il Consiglio corregga la legge (forse già martedì), anziché aspettare il verdetto della Consulta che potrebbe arrivare dopo le Regionali, magari facendole annullare. Adriano Salis ammette che l'incandidabilità del presidente dimissionario «era un tentativo, un po' provocatorio, di limitare lo strapotere dei governatori. Ora chiederò anch'io di cogliere l'occasione per recuperare la doppia preferenza».
Giuseppe Meloni
